Da Israele e Hamas un doppio no alla tregua proposta dall’Europa

Alla fine anche Tzipi Livni deve tirar fuori la maschera della «dura». L'ha indossata ieri il premier Ehud Olmert invocando la continuazione delle operazioni militari e spiegando che «non è possibile bloccare l'operazione a Gaza mentre continua il fuoco dei missili». La indossa da sei giorni il ministro Ehud Barak protagonista dell'inganno che gli ha permesso di colpire al cuore Hamas e risollevarsi dai sepolcri della politica in vista delle elezioni di febbraio. A Parigi il ministro degli Esteri non poteva esser da meno. Così mentre Bernard Kouchner l'accompagna per mano davanti ai fotografi lei carica il cipiglio da ufficiale del Mossad e spara quel «niet» fatale, quelle dichiarazioni capaci di far inorridire i teorici dell'umanitarismo.
In due parole la dama di ferro israeliana liquida la proposta francese per un cessate il fuoco di 48 ore come una pericolosa legittimazione di Hamas e nega la necessità di un'operazione umanitaria per soccorrere i palestinesi della Striscia. «Non c'è alcuna crisi umanitaria e quindi non c'è alcun bisogno di una tregua umanitaria. Israele non ha mai interrotto il flusso d’aiuti per la Striscia, anzi li ha addirittura aumentati nel corso dei giorni», fa sapere la Livni. La sua durezza è pienamente in linea con gli umori di un paese dove il 52% della popolazione vede con favore la continuazione delle operazioni e il 19% auspica un'offensiva di terra. Con le elezioni di febbraio alle porte chiederle di assumere il ruolo di «colomba» mentre Ehud Barak incassa proseliti guidando la guerra sarebbe chiederle un harakiri.
Il vertice parigino è, del resto, solo il primo passo di un puzzle politico diplomatico molto più complesso. Le vere manovre inizieranno contemporaneamente alle limitate, ma letali operazioni rivolte a distruggere arsenali e tunnel non colpibili dall'aria, a dar la caccia ai capi di Hamas e a tentare la liberazione dell'ostaggio Gilad Schaalit. I vertici di Tsahal, l'esercito israeliano, ricordano l'imminenza dell'offensiva, confermata dal presidente della commisssione Esteri del Parlamento, e raccomandano al governo di preparare una via d'uscita diplomatica e definire un accordo di cessate il fuoco. L'idea di trattare, seppur indirettamente, con Hamas per disegnare le regole del cessate il fuoco non piace a Ehud Olmert. Il premier punta a un piano assai più sofisticato per la creazione di una sorta di commissione internazionale capace di monitorare la tregua, sanzionare eventuali infrazioni di Hamas e giustificare eventuali rappresaglie israeliane. «È ormai chiaro che è impossibile vivere in queste condizioni... agiremo per restituire la quiete alle comunità del sud», ha promesso ieri il premier israeliano.
Un ruolo importante nella definizione dell'arbitrato internazionale chiamato a definire e monitorare il cessate il fuoco spetterà, probabilmente, alla missione Ue in Medio Oriente annunciata dal premier ceco Mirek Topolanek investito da ieri della carica di nuovo presidente di turno europeo. Topolanek ha spiegato che vi parteciperanno il ministro degli Esteri ceco, Karel Schwarzenberg, e quelli di Francia e Svezia, Bernard Kouchner e Carl Bildt, oltre all'Alto rappresentante della politica estera Javier Solana, e al commissario per le Relazioni esterne dell'Ue, Benita Ferrero-Waldner.
Hamas, intanto, appare allo sbando. Ieri dopo aver diffuso un comunicato in cui dichiarava di esser pronto ad accettare la tregua di 48 ore proposta da Parigi l'ha ritirato e smentito. Nel comunicato rigettato come «falso» il portavoce Fawzi Barhoum, spiegava: «Hamas accetta questa iniziativa a condizione che l'aggressione cessi, che il blocco venga rimosso, che tutti i punti di passaggio vengano aperti ed esistano garanzie internazionali che l'occupante non ricomincerà questa guerra terrorista».
Il dietrofront è probabilmente diventato inevitabile dopo il «niet» parigino della Livni. L'errore di proporre un'apertura facendosi spiazzare da Israele è anche, però, il sintomo delle difficoltà in cui si dibatte l'organizzazione. Già divisa a livello decisionale tra Damasco e la Striscia, Hamas fa i conti con la latitanza dei suoi vertici costretti a passare da un nascondiglio all'altro per sopravvivere alle bombe d'Israele.
All'Onu intanto si registra il consueto vuoto pneumatico della diplomazia. Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu non è riuscito a partorire una risoluzione sulla crisi, e le nazioni arabe hanno presentato una bozza di mozione in cui non si fa menzione dei missili di Hamas già definita inaccettabile dai rappresentanti statunitensi e britannici.