Israele, la fine delle illusioni

Massimo Introvigne

«Illusioni distrutte» è il nome in codice dell’operazione nel corso della quale gruppi estremisti palestinesi hanno rapito tre israeliani, dopo averne uccisi due: un militare, un giovane colono (già ucciso), e un pensionato sessantenne. Il nome dell’operazione ne indica l’intento: distruggere l’illusione che una pace o almeno una tregua sia possibile dopo l’accordo fra Hamas e Fatah sul cosiddetto «documento dei prigionieri», preparato nelle carceri israeliane dal popolare leader di Fatah Marwan Barghouti e da un esponente di Hamas, Abdul Khaleq Natshe, che - sia pure con passaggi inaccettabili - contiene un riconoscimento implicito di Israele nei confini del 1967. L’operazione «Illusioni distrutte» - i cui ideatori e protagonisti vanno chiamati con il loro nome: assassini, terroristi e criminali - e la reazione del governo israeliano, che ha arrestato numerosi ministri e deputati di Hamas, mostrano che il dialogo non può neppure cominciare. Ma tra le «illusioni distrutte» ce ne sono anche molte dell’occidente, dell’Europa e dell’Italia. Anche se non è ancora chiaro chi ha rapito il militare - ci sono tre diverse rivendicazioni, e una è di Hamas - l’assassinio del giovane colono è stato rivendicato dai Comitati per la Resistenza Popolare, nati da una costola di Fatah, e il terzo rapimento dalle Brigate dei Martiri al-Aqsa, che di Fatah, il partito del presidente Abu Mazen, sono un’articolazione ufficiale. Lo schema secondo cui i nazionalisti laici di Abu Mazen sono «i buoni» e i fondamentalisti islamici di Hamas «i cattivi» nello scenario palestinese è definitivamente tramontato. Gli avvenimenti degli ultimi giorni dimostrano che Abu Mazen non conta nulla, controlla a stento il suo palazzo e che fra i suoi miliziani ci sono alcuni dei peggiori terroristi. Per quell’Europa che pensa che Abu Mazen «rappresenti» i palestinesi è davvero la fine delle illusioni.
La decisione di Olmert di arrestare in massa ministri e parlamentari di Hamas è rischiosa, in quanto può far prevalere in Hamas l’ala estremista - rappresentata dal leader in esilio a Damasco Khalid Mashaal - rispetto a quella più disponibile alle trattative del leader incarcerato Nashte e del primo ministro Haniyeh. La strategia dell’ultimo Sharon era quella di dividere Hamas, negoziando in segreto con la sua ala «trattativista». Hamas è ormai troppo grande per essere abbattuta per via militare. D’altro canto, è possibile che la reazione israeliana salvi la vita di qualche ostaggio, che le milizie di Hamas sono in grado di liberare anche se non lo hanno rapito loro. Olmert ha ragione quando indica al mondo i mandanti dei rapimenti: la Siria (aerei israeliani hanno volato a lungo sul palazzo del presidente Assad a Damasco) e l’Iran.
Un’altra illusione distrutta dell’occidente è che si possa risolvere il problema palestinese senza abbattere il regime siriano - gli ordini e i piani dei rapimenti sono partiti da Damasco -, e senza impostare una seria strategia di contenimento dell’aggressività iraniana, che non si limiti alle parole ma comporti anche ove necessario sanzioni economiche. Continuare a proclamare l’«amicizia» italiana verso la Siria e l’Iran, come fanno D’Alema e i suoi collaboratori, e definire la risposta di Israele «un crimine contro l’umanità» - così si sono espressi i Comunisti Italiani, parte integrante della coalizione di governo di Prodi - significa invece non avere capito che le illusioni sono finite e che la retorica anti-israeliana alimenta oggettivamente il terrorismo.