Israele, finisce in carcere il rabbino-soldato

Migliaia di militanti di estrema destra continuano a inviare messaggi eversivi: «Tutti al Gush Katif, lo sgombero è una guerra contro il popolo ebraico»

Gaia Cesare

È il simbolo della lacerazione, che dopo il ritiro da Gaza i coloni si porteranno dentro come una ferita insanabile. È il simbolo di una resistenza, disarmata e pacifica, che alcuni israeliani della Striscia hanno trasformato in una ragione di vita. È stato per un po’ anche il simbolo della speranza, l’illusione che i «fratelli» israeliani che indossano una divisa avrebbero capito e non si sarebbero trasformati in nemici. Da ieri, però, sembra essere diventato il simbolo della sconfitta dei coloni e della vittoria della realpolitik di Sharon. Le sue parole, il suo appello ai soldati israeliani perché disubbidissero agli ordini di sgomberare le case dei loro «fratelli», si sono chiusi con una condanna della corte marziale israeliana. Un pronunciamento che pesa ancora di più considerato che Amital Barel è un rabbino, che veste l’uniforme e che ha gradi di ufficiale. O meglio che vestiva l’uniforme e aveva gradi di ufficiale. Perché da ieri è stato condannato a quattro mesi di carcere e degradato da tenente a soldato semplice.
Il 24 luglio scorso si era presentato a un posto di blocco al valico di Kissufim, uno dei passaggi tra Israele e la Striscia di Gaza, e aveva apertamente incitato i soldati a disattendere «gli ordini illegali» di espellere i coloni dagli insediamenti. I suoi «fratelli» sono stati costretti a incarcerarlo dopo averlo accusato di «incitamento alla ribellione». Barel rischiava sette anni di carcere. Poi però ha ammesso di essersi pentito delle sue esortazioni alla disobbedienza e, dopo aver raggiunto un accordo con la difesa, è stato incriminato per un reato minore. La sua storia si chiude come molte altre, con la rassegnazione, ma anche con la speranza che questa lacerazione - prima o poi - possa essere ricucita.
Com’era prevedibile, tuttavia, sono numerosi coloro che non intendono ancora cedere. Migliaia di militanti israeliani di estrema destra inviano dalla Striscia di Gaza, nella quale si sono infiltrati, messaggi eversivi, via Internet, ai loro compagni rimasti in Israele o nelle colonie cisgiordane, incitandoli a unirsi alla lotta e a raggiungere Gush Katif attraverso percorsi descritti minuziosamente per eludere i posti di blocco di polizia ed esercito.
«Si deve stabilire se lo Stato di Israele si schiera contro il Dio di Israele o se è dalla sua parte», si legge in uno dei messaggi anonimi rilanciato dal sito on line «leadership ebraica», voce dell’omonima corrente ultranazionalista del partito del premier, il Likud. Lo sgombero delle colonie di Gaza «è una guerra generale lanciata contro il popolo ebraico e contro la sua missione divina», scrive un altro attivista, che incita gli israeliani a moltiplicare gli sforzi per tentare di paralizzare Israele «perché è necessario ricordare sempre che il Signore ci osserva e ci giudica».
La guerra interna tra gli israeliani che stanno collaborando per lo sgombero delle colonie e coloro che ne sono vittime è ormai una battaglia dai toni durissimi. Arye Yitzhaki, uno storico militare israeliano, è convinto che a spuntarla saranno i coloni e i loro sostenitori. Anche perché - dice - «Sharon è ottuso come un mammuth (...). E lo voglio vedere al tribunale internazionale dell’Aia, assieme al figlio Omri, processati entrambi per crimini di guerra». Anche Yitzhaki vive dal 1983 in una colonia, quella di Kfar Yam, in una villetta ora circondata da estremisti di destra che si sono accampati nelle vicinanze, richiamati proprio da Arye e dalla moglie, Datia, anche lei un’attivista di destra. Dice di essere sconcertato per l’impiego di militari israeliani nell’operazione di smantellamento. «Vergogna, vergogna», urla da un megafono verso i soldati. E poi aggiunge: «I vecchi generali della Brigata 188 si rivoltano nella tomba nel vedere oggi altri ufficiali della medesima brigata impegnati a distruggere le colonie».