Israele: «Per Hamas l’immunità non vale»

La Difesa avverte: «Se Meshaal osa prendere casa a Gaza verrà subito arrestato»

Luciano Gulli

nostro inviato a Gerusalemme

Non sono giorni facili, per Ehud Olmert. Costretto dagli eventi a un defatigante strabismo (un occhio alle elezioni palestinesi, e al terremoto che ne è seguito; l’altro a quelle israeliane, in programma il mese venturo) il primo ministro ad interim ha un compito ingrato. Incalzato dalla destra di Benjamin Netanyahu, che grazie allo spauracchio Hamas finirà per guadagnare a quel che resta del Likud un bel po’ di posizioni perdute strada facendo a vantaggio di Kadima (il partito inventato da Sharon prima di essere spazzato via dalla scena da una devastante emorragia) Olmert deve scegliere. O fare il viso dell’arme, ostentando una chiusura netta nei confronti dei «terroristi di Hamas», o tenere aperto uno spiraglio di comunicazioni, affidato magari alla sempre disponibile Europa, con chi nei Territori ora menerà legittimamente la danza.
Per ora, prevale la chiusura. È stato Amos Gilad, consigliere del ministro della Difesa Shaul Mofaz, ad aprire ieri il fuoco di sbarramento, annunciando che per tutta la settimana Israele impedirà il libero transito dei leader di Hamas che da Gaza volessero raggiungere la Cisgiordania. «Perché dovremmo - si è chiesto Gilad - garantire l’accesso ai leader palestinesi che fanno parte di un’organizzazione che propugna la distruzione dello Stato di Israele?». E se il leader supremo di Hamas, Khaled Meshaal, dovesse mettere davvero in atto il suo proposito (chiudere casa a Damasco e trasferirsi a Gaza, passando dall’Egitto attraverso il valico di Rafah)? Risposta di Amos Gilad: «Verrebbe immediatamente arrestato». E aggiunge Mofaz, il ministro che con la divisa da generale comandò le divisioni di Tsahal, l’esercito con la stella di David, nelle campagne della seconda Intifada: «Chi è alla guida di un’organizzazione terroristica che lancia attacchi contro Israele non può godere di alcuna immunità». Come dire che la pratica degli omicidi mirati, mai interrotta da Gerusalemme, potrebbe vivere una rinascita, per così dire: e che in cima alla lista potrebbero esserci proprio Meshaal e il capolista di Hamas alle elezioni di mercoledì, Ismail Haniyeh. Perché gli elicotteri e gli F16, con le loro bombe intelligenti, sono sempre pronti sulla pista di decollo.
No, non sono giorni facili neppure per i leader fondamentalisti, che da un lato corteggiano Stati Uniti ed Europa agitando rassicuranti ramoscelli d’olivo. Mentre dall’altro puntano a farsi «perdonare» dai cugini di Al Fatah la loro imbarazzante vittoria mettendo su un piatto d’argento il progetto di un esercito palestinese regolare che assorba i miliziani di tutte le fazioni. Per il momento, Al Fatah ha risposto picche. E questo, dicono a Gerusalemme, sarà uno dei banchi di prova per Hamas: riuscire a guidare l’Autorità palestinese (di cui i fondamentalisti ignorano tutti i meccanismi di comando e controllo) garantendo stabilità e imbrigliando gli attivisti della Jihad islamica e gli scontenti delle Brigate Al Aqsa.
Poi ci sono l’economia e il rapporto col mondo arabo circostante. Perché in ballo non ci sono solo i 500 milioni di euro garantiti finora dall’Unione Europea e i 150 milioni di dollari elargiti dagli Stati Uniti, senza i quali l’Anp dovrebbe dichiarare bancarotta. In ballo ci sono anche i rapporti con i Paesi arabi, soprattutto la Giordania, l’Egitto, l’Arabia Saudita, che sono il principale riferimento politico ed economico dei palestinesi. Hamas è stata particolarmente attenta, durante la campagna elettorale, a non mostrare la sua natura fondamentalista, puntando piuttosto sul carattere nazionalista del movimento. Ma l’esperienza vissuta ogni volta che un partito religioso ha agguantato il potere (vedi i talebani a Kabul, e i regimi sudanese e iraniano) stanno creando un certo allarme ad Amman, al Cairo e a Riad.
Hanna Siniora, 65 anni, intellettuale palestinese cristiano, co-tessitore degli accordi di Oslo e da sempre critico nei confronti dell’Olp, non è però così catastrofico. «Quel che dovremo fare - dice - è favorire una transizione di Hamas verso il modello turco». Cioè? «Lì il partito islamico ha avuto un’evoluzione di tipo moderato rinunciando al fanatismo religioso. Intanto, decidendo di partecipare alle elezioni, ha dimostrato di privilegiare il linguaggio della politica. E una volta al potere, sono convinto che Hamas farà meglio di Al Fatah, corrotta e inefficiente».
E del presidente Abu Mazen che ne sarà? Funzionerà la coabitazione? «Mah, Abu Mazen porta le più grandi responsabilità in seno all’Anp. Ha perso credibilità, nessuno gli porta più rispetto. Di fronte a questa sconfitta dovrebbe trarre le conseguenze politiche del caso. Ma l’America lo terrà in piedi, fino a quando non avranno trovato qualcuno con cui sostituirlo».
E il processo di pace? «Andrà avanti straccamente, per anni a venire. L’importante è che si dia voce alla società civile, che il popolo possa risolvere i drammatici problemi della vita quotidiana. Già questo sarebbe un successo».