Israele, i laburisti pronti a sganciarsi da Sharon

Il ritiro dai Territori non rende più necessaria la coalizione. Torna il sereno con il Vaticano: il premier invita Sodano

Gian Micalessin

da Gerusalemme

Ha vinto la battaglia del ritiro da Gaza, ma ora nemici e alleati gli fanno terra bruciata attorno. L'ultimo colpo alla schiena per Ariel Sharon arriva dai laburisti. Ieri il parlamentare laburista Eitan Cabel ha confermato l'uscita dal governo del suo partito entro novembre. «Abbiamo sempre detto di esser entrati nell'esecutivo solo per aiutare Sharon a realizzare il ritiro da Gaza», ha detto Camel spiegando che i laburisti giudicano indispensabile assumere una posizione di rottura con il governo in vista delle legislative del 2006.
La prima conseguenza di un addio laburista a novembre è l'anticipazione del voto previsto, originariamente, per la seconda metà dell'anno prossimo. «Si potrebbe perfino votare a dicembre, ma è più probabile che si attendano i primi mesi del 2006», ha detto ieri Yosef Lapid, leader dei laici dello Shinui.
A Sharon restano poche settimane per decidere se abbandonare il «suo» Likud o affrontare la sfida delle primarie con il rivale Benjamin Netanyahu per la guida del partito e la candidatura a primo ministro. A dar retta ai sondaggi, sembrerebbe più facile formare un nuovo partito. Una formazione «centrista» guidata da Sharon guadagnerebbe il 24 per cento dei voti contro il 17 per cento di un Likud con a capo Netanyahu. La tendenza è confermata da un nuovo rilevamento, presentato ieri dal quotidiano Yedioth Ahronot, secondo cui la maggioranza degli israeliani, il 54 contro il 42 per cento, approva nuovi ritiri dagli insediamenti.
Il vero problema per Sharon è trovare dei compagni d'avventura. Shimon Peres o Lapid hanno già detto di non esser disposti a far da gregari. I fedelissimi del Likud, invece, si chiedono che ne sarebbe di loro e del nuovo partito in caso di prematura scomparsa politica o fisica del suo leader. Sharon dovrà dunque cimentarsi in una battaglia all'ultimo sangue per la riconquista del Likud, confidando che la discesa in campo dell'ancor più estremista Uzi Landau dreni abbastanza voti al rivale Netanyahu.
Nei territori occupati continua intanto lo stillicidio di violenze. Ieri un militare della Polizia di frontiera è stato ferito con una coltellata al collo da un palestinese all'ingresso delle tombe dei Patriarchi di Hebron. Gli analisti dell'esercito temono ora un'escalation di violenza innescata dall'uccisione di 5 palestinesi a Tulkarem e dalla decisione governativa di includere nell'area della Grande Gerusalemme, delimitata dalla barriera di divisione, anche i territori di uno dei maggiori insediamenti della Cisgiordania privando di continuità territoriale le zone palestinesi. Ieri il presidente palestinese Mahmoud Abbas, nel tentativo di garantire la prosecuzione della tregua, ha concesso un'altra apertura ai fondamentalisti di Hamas dicendosi pronto ad accoglierli nel governo dopo le elezioni del prossimo gennaio.
Sul fronte diplomatico Israele sembra essersi convinto ad archiviare la disputa con il Vaticano apertasi il 24 luglio scorso quando un funzionario del ministero degli Esteri accusò papa Benedetto XVI di non aver incluso lo Stato ebraico tra i Paesi vittime del terrorismo. La pace è stata suggellata dall'invito per una visita ufficiale in Israele, rivolto ieri da Sharon al cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato della Santa Sede.