Israele, l’annuncio di Olmert: «Ho un tumore ma non lascio»

Il premier: mi opererò alla prostata, continuerò a lavorare E il Paese rivive i drammi di Rabin, Eshkol, Begin e Sharon

da Gerusalemme

Ehud Olmert l’ha fatto all’israeliana, convocando i giornalisti all’ultimo minuto per email «per motivi non politici», parlando nella solita saletta bianca e azzurra delle conferenze stampa col sorriso sulle labbra e senza sprecare più di cinque minuti, andandosene subito, senza ridere e senza piangere e soprattutto lasciando tutti di stucco, dentro e fuori la stanza: «Ho il cancro», ha tirato la bomba, «ho fatto un check up il 19 ottobre come faccio tutti gli anni, ho un tumore alla prostata. Però è piccolissimo, senza metastasi, verrà rimosso appena possibile con una operazione per la quale dovrò prendere un breve intervallo, dopo non sarà necessaria né radioterapia né chemio. Ho voluto parlarvi perché un primo ministro deve essere molto diretto e trasparente sul suo stato di salute, anche se questo tumore non avrà nessuna influenza sul mio lavoro e sulla mia capacità di seguitare a essere il primo ministro dello Stato d’Israele». Ed è filato via, lasciando i giornalisti in stato di agitazione, mentre in tutte le stanze del Parlamento si propagava un agitato tam tam.
Tzipi Livni veniva avvisata in Cina; Bibi Netanyahu, Ehud Barak, gli altri ministri, che inviavano messaggi di auguri, i membri del Parlamento, i giornalisti, la gente d’Israele veniva afferrata da una specie di sindrome post traumatica. «Ha diritto un leader di preoccupare così la gente, in una situazione di continuo scontro bellico?», chiedeva la tv. Altri lodavano l’onestà del premier. Tant’è: di fatto si è levata paurosa la memoria della disgrazia di Sharon, che dopo il primo piccolo ictus venne rilasciato subito dall’ospedale per poi, nel gennaio 2006, cadere vittima di una devastante emorragia celebrale per cui è tuttora in coma.
Dell’ansia collettiva hanno pagato il prezzo i due medici di Olmert, Shlomo Segev e Cobi Ramon, lasciati da Olmert sul podio, preda dei giornalisti. Su di loro si è rovesciata l’angoscia di un Paese sempre sotto pressione. È comprensibile, ma i giornalisti israeliani sembravano sovrastati da incubi del passato: dalla depressione di Rabin che lo portò a chiudersi in camera con ottanta sigarette al giorno durante la guerra del ’67, al colpo al cuore del primo ministro Levy Eshkol e poi all’attacco cardiaco di cui anche Menachem Begin ebbe a soffrire nel 1980 proprio alla Knesset e da cui non si riprese mai, le fatali sofferenze di Sharon sviluppatesi nell’atmosfera dello sgombero da Gaza e dell’ostilità che lo circondava. I professori (Shlomo Segev, medico personale di Olmert ha curato anche Ariel Sharon) hanno dovuto rispondere a domande isteriche cercando di non perdere le staffe: se Olmert sarà lo stesso anche psichicamente dopo l’operazione; perché non si convoca un consulto internazionale visto l’errore di rimandare a casa Sharon dopo il primo ictus; se il primo ministro può viaggiare, ovvero andare al summit di Annapolis, perché ha viaggiato nei giorni scorsi; se l’anestesia non potrebbe essere letale o lasciarlo danneggiato per sempre; se Olmert ha anche altre malattie; quante chance ci sono che il cancro lo riaggredisca.
I medici spiegavano senza molto successo che la scienza Israeliana è all’avanguardia, che le possibilità di sopravvivenza per 10 anni sono il cento per cento, e sono al 95 senza nessun revival della malattia; in definitiva sono riusciti a essere abbastanza rassicuranti da far tornare la Borsa, che era calata di un terzo la mattina, a livelli normali nel pomeriggio. Olmert, che ha 62 anni, è un atleta per natura, corre ogni giorno affiancato dalla scorta, si è fatto un’operazione estetica alle palpebre senza dirlo a nessuno in anestesia locale, e tornò subito al lavoro. Nelle ore in cui parlava ai giornalisti, un soldato israeliano delle riserve e tre palestinesi venivano uccisi a Gaza, il mondo si aspetta che sia lui ad aprire ad Annapolis la porta a una speranza di pace con tutto il mondo islamico.
E infine, lo rincorrono svariati problemi giudiziari, una moglie pittrice molto influente e di sinistra, una famiglia sempre sui rotocalchi. In compenso la sua decisione di aprire la sua cartella clinica è apprezzata, proprio come quella di Rudolf Giuliani nel 2000: Olmert non è obbligato da nessuna legge a raccontare i fatti suoi, ma in Israele quando si vede qualcuno bruciato, o su una sedia a rotelle, prima ancora di dire «come ti chiami» gli si chiede «come ti è successo?». È un pegno di solidarietà chiedere e raccontare, fra gente sulla stessa barca sempre in tempesta.