Israele: «L’Anp potrà votare anche a Gerusalemme est»

Olmert autorizza le elezioni ma vieta la presenza di Hamas. Pesanti critiche del Likud: vi siete arresi agli estremisti

Luciano Gulli

nostro inviato a Gerusalemme

Saranno poche migliaia, come accadde nel 1996, i palestinesi di Gerusalemme est ammessi al voto di mercoledì 25 gennaio. Ma è il principio che conta, in attesa che la macchina elettorale palestinese - e il buon volere israeliano - mettano tutti coloro che ne abbiano i requisiti in grado di esprimere la loro volontà.
Il principio è stato ribadito ieri dal governo guidato da Ehud Olmert che ha approvato all’unanimità l’ordine del giorno. Resta, naturalmente, il divieto per i candidati di Hamas di fare campagna e di intercettare voti. Il che si otterrà (ma anche questa è solo una questione di principio, per gli israeliani, vista l’irrisoria manciata di voti che attualmente esprime la capitale) escludendo la loro lista dalle schede che verranno depositate nei seggi allestiti in cinque uffici postali designati per la bisogna.
Protestano i dirigenti di Hamas, tre dei quali sono stati fermati ieri mattina dalla polizia mentre si accingevano a tenere una conferenza stampa alla Porta di Damasco, all’ingresso della città vecchia. Indignato si dice (ma è un’indignazione puramente diplomatica e “garantista”) Saeb Erekat, capo dei negoziatori palestinesi. Ma protesta anche il Likud, che accusa Olmert, attraverso il ministro degli Esteri dimissionario Silvan Shalom, di «aver ripiegato, arrendendosi ai palestinesi». Secondo Shalom, la decisione del governo «è grave perché infrange lo spirito degli accordi di Oslo, che vietano la partecipazione alle elezioni palestinesi di partiti che neghino il diritto di Israele a esistere». Ragione sociale che per la verità (cioè: per opportunismo) Hamas ha espunto dal suo programma elettorale. Che il gruppo islamico non abbia alcuna intenzione di deporre le armi resta invece una certezza. Il progetto, al contrario, è quello di rafforzare le falangi armate del movimento, nonostante il monito degli Stati Uniti e dell’Europa che minacciano di tagliare drasticamente il fiume di denaro che ogni mese affluisce nelle casse dell’Autorità palestinese. Il «riarmo» è stato annunciato da Mahmud al Zahar, leader politico dell’organizzazione a Gaza, che ha tenuto a specificare come, dopo l’ingresso di Hamas nel Parlamento, le brigate Ezzedine al Qassam «saranno rafforzate numericamente e migliorate qualitativamente». Le armi delle brigate, ha aggiunto, «saranno messe a disposizione dei nostri fratelli in tutte le fazioni e in tutti i partiti che resistono all’occupazione».
Il voto all’unanimità incassato da Olmert sul voto palestinese è stato il primo importante test politico per un premier che di giorno in giorno, stante l’«assenza» di Ariel Sharon, vede consolidare la sua posizione. Che sia lui a guidare il Paese alle elezioni del 28 marzo viene dato per scontato. Perché il suo ruolo venga ufficializzato – e dal suo premierato venga espunta la notazione ad interim - manca solo (ed è attesa da un momento all’altro) la decisione del procuratore generale Menachem Mazuz, che dovrebbe dichiarare Sharon in condizioni di «prolungata incapacità temporanea». E si dirà temporanea, invece che definitiva, un po’ per carità di patria, e un po’ perché i medici che lo hanno in cura dal 4 gennaio, dopo la massiccia emorragia cerebrale che lo ha stroncato, non hanno ancora sciolto la prognosi. Il tempo, a questo punto, comincia tuttavia a giocare a sfavore di Sharon, che nonostante la robusta diminuzione dei farmaci che lo tenevano in coma farmacologico non accenna a risvegliarsi. Uno stato di torpore permanente che comincia a somigliare, secondo molti medici, a uno stato di coma permanente. Sharon è stato comunque trasferito in sala operatoria per un intervento di tracheotomia per ridurre la sua dipendenza dalla macchina che lo aiuta a respirare.
Ora che ha superato il test rappresentato dalle elezioni palestinesi a Gerusalemme est, Olmert deve vedersela col primo, spinoso caso di politica interna. Il punctum dolens è rappresentato dai coloni ebraici di Hebron (500 irriducibili, circondati da 170mila palestinesi) che da giorni sfidano i soldati israeliani attaccando a colpi di pietre e dando alle fiamme alcuni negozi palestinesi in una zona contesa della città. Otto famiglie di coloni si sono accampate in un’area esterna al loro «recinto», nel cuore della città, ma hanno ricevuto un ultimatum dall’esercito. O smontano le tende, o verranno cacciati con la forza. Forse.