«Israele, in marzo l’attacco all’Iran»

Il comando delle forze speciali israeliane avrebbe già innalzato l’allerta al massimo livello. Gli incursori pronti a infiltrarsi per raggiungere via terra i siti non colpibili con gli aerei

Gian Micalessin

Irreali e fantasiose. Così gli israeliani definiscono le rivelazioni sul blitz che a marzo potrebbe colpire e distruggere le installazioni nucleari iraniane. Ma si guardano bene dall’essere convincenti. L’articolo uscito ieri sul Sunday Times aggiunge, in fondo, solo qualche particolare alle parole del ministro della Difesa Shaul Mofaz, che venerdì - sottolineando i limiti della diplomazia internazionale di fronte al nucleare iraniano - avvertiva di «tenersi pronti ad altre soluzioni». Secondo le gole profonde dell’establishment militare israeliano citate dal Sunday tutto è già deciso. L’attacco - ricalcando quello alla centrale irachena di Osirak del giugno 1981 - scatterà a pochi giorni dalle elezioni del 28 marzo e livellerà i siti nucleari iraniani.
Sharon avrebbe deciso di colpire a marzo per ovvie ragioni elettorali, ma anche per rispettare le informative secondo cui a marzo l’Iran disporrà di tutte le conoscenze e i mezzi per assemblare i primi ordigni in un periodo che va dai due ai quattro anni. Se entro quella data la diplomazia internazionale non avrà fermato l’acquisizione del know how e la produzione di uranio arricchito, l’unica opzione resterà quella militare.
«Il successo dovrà essere totale - hanno spiegato le fonti israeliane –, ricorderà l’attacco all’Egitto del 1967 quando in tre ore distruggemmo tutti i suoi aerei». Secondo le stesse fonti, il comando delle forze speciali israeliane ha già innalzato l’allerta dei propri reparti al grado G, ovvero al massimo livello. Gli incursori dell’unità U262, specializzati nell’infiltrazione dietro le linee nemiche e nella distruzione di obbiettivi altamente sorvegliati, sono pronti a imbarcarsi sugli elicotteri che li trasporteranno da una base segreta nel Kurdistan iracheno, all’interno del territorio iraniano. I laboratori affidati alle bombe intelligenti sono invece nel collimatore degli F15 del 69° squadrone, l’unico capace di colpire a duemila chilometri di distanza e fare ritorno senza rifornimento.
Le incursioni terrestri saranno indispensabili per raggiungere i più inaccessibili degli oltre 50 siti in cui - secondo l’intelligence statunitense - avvengono le procedure di arricchimento dell’uranio. Gli israeliani, grazie alle fonti del Mossad e ad alcune arditissime infiltrazioni sui territori della Repubblica islamica, avrebbero già individuato tutti gli obbiettivi. Commentando le dettagliate informazioni del Sunday Times, Amos Gilad, capo dell’ufficio diplomatico del ministero della Difesa, le ha definite «più immaginarie che reali». Ma quando gli è stato chiesto se smentisse il piano d’attacco, si è limitato a rispondere che, per ora, tutto resta nelle mani della diplomazia internazionale.
La diplomazia non ha, in verità, molto tempo a disposizione. L’ultima data utile è quella del 21 dicembre. Quel giorno, secondo quanto confermato sia da Teheran che da Bruxelles, i negoziatori di Gran Bretagna, Francia e Germania incontreranno la controparte iraniana per convincerla a riesaminare la proposta, già rifiutata, di arricchire il proprio uranio in territorio russo. Il portavoce del ministro degli Esteri iraniano, Hamid Reza Asefi, pur sottolineando l’estrema importanza dell’appuntamento negoziale, ha già annunciato che i negoziatori di Teheran puntano solo a ottenere il beneplacito europeo ai piani per la produzione autonoma di combustibile nucleare. «Ci aspettiamo di non venir più discriminati e per questo al centro di tutto vi sarà il nostro diritto a procedere all’arricchimento dell’uranio».
Poi, con intervento interpretato come una sfida agli Usa, Asefi ha invitato Washington a partecipare alla gara internazionale per la costruzione di una nuova centrale nucleare iraniana. «Se rientreranno negli standard di qualità richiesti potranno partecipare anche loro», ha concesso il portavoce. Asefi ha anche espresso la «sorpresa» del ministero degli Esteri iraniano per il «furore» con cui il mondo ha reagito alle parole del presidente Mahmoud Ahmadinejad che venerdì - dopo aver ridimensionato e negato l’Olocausto - ha definito Israele un tumore da rimuovere e riportare in Europa. «Il presidente è stato molto chiaro; Se gli europei – ha spiegato Asefi – hanno trattato male gli ebrei devono compensarli a loro spese e non a spese del Medio Oriente. Non è una cosa nuova, l’abbiamo sempre detto, ma ora gli europei cercano di cambiare le carte in tavola mistificando il nostro messaggio».