Israele mobilita i riservisti per l’attacco terrestre

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Andrea Nativi

Il richiamo di 3.000 riservisti da parte dello Stato Maggiore israeliano e l’avviso ai residenti ad abbandonare il Libano meridionale viene interpretato come il preludio a un’offensiva terrestre su vasta scala, ma anche come una dimostrazione del «fallimento» del piano operativo progettato dai generali israeliani, basato essenzialmente sul potere aereo e su quello navale. Ma è possibile che Tsahal abbia compiuto errori così marchiani? Piuttosto, viene da pensare a una strategia deliberata e incrementativa, condotta con una certa spregiudicatezza nell’evidente convinzione di avere abbastanza tempo per portarla a termine malgrado le pressioni internazionali.
Nessun comandante sensato crede di poter distruggere le capacità militari di un movimento di guerriglia operando dal cielo e dal mare ed evitando l’impiego di consistenti forze terrestri. L’intelligence israeliana conosce abbastanza bene Hezbollah per non sottovalutarla, così come è al corrente dell’esistenza di rifugi sotterranei, depositi e infrastrutture a ridosso della fascia di confine. Tuttavia ha preferito condurre questa prima fase dell’operazione colpendo quegli obiettivi più evidenti, presenti in tutto il Paese, con una valenza militare, politica e strategica. A tal fine ha impiegato soprattutto aerei, velivoli senza pilota, elicotteri armati e unità navali. Si è colpito praticamente solo a senso unico, visto che né Hezbollah né la forze libanesi hanno alcuna capacità di contrastare l’assoluta air dominance (dominio aereo) conquistata sui cieli libanesi. Contemporaneamente si sono svolte anche incursioni, assalti, colpi di mano e bombardamenti d’artiglieria contro bersagli militari Hezbollah nella zona di confine a sud del fiume Litani.
Con queste azioni selettive Israele ha inflitto a Hezbollah perdite dolorose, in termini di uomini, mezzi, armamenti, infrastrutture, ma anche di status politico nella scena libanese. Ma certo non si illude di sradicare Hezbollah o sconfiggerlo in questo modo.
Se però Tsahal riuscirà a ridiminesionare la componente militare del Partito di Dio, sarà poi forse possibile all’esercito libanese prendere per la prima volta nella sua storia il controllo dei confini con Israele, oppure dispiegarvi una forza internazionale che, per non risultare del tutto inutile, dovrà avere consistenza, mezzi e un mandato ben diversi rispetto all’Unifil. La presenza sul terreno infatti non potrà essere simbolica. Il presupposto di una simile evoluzione richiede la «bonifica» di tutta l’ampia zona dove attualmente le forze di Hezbollah spadroneggiano e da dove, con notevole temerarietà e abilità, riescono a lanciare i propri razzi contro i centri abitati israeliani.
La mobilitazione dei riservisti oltre che una mossa di pressione psicologica, potrebbe essere il primo segno di una incursione terrestre in forze «preparata» da aviazione e artiglieria. Ma che Israele voglia nuovamente occupare stabilmente con i propri soldati il territorio libanese rimane difficile da credere: questa esperienza è già stata fatta, con risultati negativi, almeno nell’ottica militare israeliana.