Israele nega al Pontefice i visti per 500 religiosi

La delusione del Vaticano nel giorno dell’incontro con Netanyahu sui
temi della pace. Il premier ha chiesto a Benedetto XVI di alzare la
voce contro l’antisemitismo dell’Iran. Discusso il problema dei luoghi
santi

nostro inviato a Nazareth

Nel giorno in cui Benedetto XVI incontra il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ormai a poche ore dalla conclusione della visita del Pontefice in Terra santa, arriva la notizia - anticipata ieri mattina dal quotidiano Ma’ariv - di 500 visti d’ingresso negati a sacerdoti, religiosi e religiose provenienti da Paesi arabi che la Santa sede aveva richiesto.
L’incontro del Pontefice con Netanyahu era previsto alle 15.50. Il premier israeliano, di ritorno dalla Giordania dove ha parlato con il re Abdallah II in vista dell’ormai prossimo incontro con il presidente americano Barack Obama, è arrivato puntualissimo al convento francescano che sorge a fianco della basilica dell’Annunciazione di Nazareth, accolto dal Custode di Terra santa, padre Pierbattista Pizzaballa. Ratzinger è arrivato con qualche minuto di ritardo, e si è scusato con l’ospite. Netanyahu gli ha risposto: «Ero disposto ad aspettarla anche di più... ».
Il colloquio è durato circa un quarto d’ora e il direttore della Sala stampa della Santa sede, padre Federico Lombardi, ha detto che è stato incentrato «soprattutto sui temi del processo di pace in Medio oriente e i modi per farlo progredire». Il premier israeliano ha invitato il Papa ad alzare la voce contro l’Iran e l'antisemitismo di Ahmadinejad, ma si è parlato anche della dei visti e Netanyahu ha assicurato che ne saranno concessi di più.
Dopo l’incontro tra Benedetto XVI e il premier, si sono riunite le delegazioni israeliana, composta da sei persone, e vaticana, guidata dal Segretario di Stato Tarcisio Bertone. Questo secondo colloquio è stato interamente dedicato ai problemi relativi all’attuazione dell’accordo economico e finanziario tra Israele e Santa sede, e il problema dei visti. Il governo israeliano, che nell’Accordo fondamentale siglato con il Vaticano nel 1993 si era impegnato a garantire il flusso di religiosi provenienti dal Medio Oriente e da altri Paesi, negli ultimi anni ha ristretto le concessioni. Ci sono parrocchie che attendono il loro pastore impossibilitato da mesi ad entrare in Israele. E proprio ieri si è saputo che il ministro dell’Interno Yishai ha respinto la richiesta del Vaticano di emettere visti multi-ingresso per circa 500 religiosi dei Paesi arabi. Anche se le trattative hanno subito un’accelerazione negli ultimi mesi, l’attuazione dell’accordo economico e finanziario è ancora lontana. Tra i problemi da affrontare c’è la restituzione di 40 proprietà occupate durante la guerra del 1948, come ad esempio l’area dove sorgeva la sede della delegazione apostolica sul monte Sion.
Per quanto riguarda i luoghi santi, il contenzioso è innanzitutto su quanti di questi vengono riconosciuti tali da Israele. La Santa sede chiede che questi luoghi - gli edifici e i terreni annessi - possano continuare a svolgere la loro propria missione e siano dichiarati inespropriabili anche in futuro. Il ministero del Turismo israeliano, invece, vorrebbe trasformare in senso più turistico alcune di queste proprietà, ad esempio costruendo una funivia per salire sul monte Tabor e attrezzandolo con aree da picnic, oppure realizzando una «passeggiata ecologica» lungo tutto il bagnasciuga che circonda la chiesa del Primato, quella di Tabga e Cafarnao. Infine, le esenzioni fiscali: il Vaticano chiede che siano esentati dalle tasse le istituzioni quali scuole e ospedali.