Israele, Olmert messo all’angolo La Livni preme per le dimissioni

Il momento della verità è arrivato. Tzipi Livni ed Ehud Olmert sfoderano i coltelli, iniziano l’ultimo duello.
A sbattere in faccia al premier il guanto della sfida ci pensa il ministro degli Esteri. Va da Olmert, ci parla per un’ora, gli consiglia a muso duro di togliere il disturbo. Gli chiede di assumere un atteggiamento responsabile dopo il primo verdetto della commissione d’inchiesta che boccia il suo operato nella guerra con Hezbollah. Gli suggerisce di dar retta ai malumori di un partito che lo detesta. Lo invita a prestar attenzione alla rabbia di quei due terzi dei cittadini che, stando ai sondaggi, invocano la sua testa.
Con quella sortita Tzipi Livni sa di guadagnar solo punti davanti al Paese. Manco ascolta gli ammonimenti del premier che la invita a non trar vantaggio dalla situazione. Gli si para davanti, affonda il coltello. «Gli ho detto che le dimissioni sarebbero la scelta giusta», racconta ai giornalisti.
Olmert non batte ciglio neanche stavolta. Non abbozza neppure. La congeda. Annuncia di restare perché il suo governo «è il miglior rimedio ai problemi del Paese».
Fa sapere di esser pronto a licenziarla. Forse è quello che Tzipi vuole. Usando manovre politiche e congiure interne il ministro degli Esteri potrebbe facilmente mettere Olmert con le spalle al muro. Ma spingendolo all’angolo farebbe deflagrare il partito, innescherebbe il ritorno al Likud di molti, troppi deputati. Dovrebbe rassegnarsi ad andare alle elezioni con un partito al tracollo. Rischierebbe di favorire il ritorno anticipato di Bibi Netanyahu che coagulando i transfughi di Kadima potrebbe tentare la formazione di un nuovo governo senza passare per le urne.
Quei due rischi li evoca lei stessa. Definisce «un errore le eventuali elezioni» e precisa di volersi opporre alla nomina a premier di un esponente di un altro partito. Invece di giocarsi tutto preferisce, insomma, intascare un’ottima figura e guadagnare il tempo sufficiente a rimettere in sesto il partito e conquistarne la leadership. Così quest’estate, quando Olmert inesorabilmente cadrà, lei sarà pronta. In ciò supportata, consapevolmente o no, dallo stesso partito: lo stesso capogruppo di Kadima alla Knesset, Avigdor Itzhaky, aveva invitato poche ore prima il premier a dimettersi.
L’ex signora del Mossad studia lo scacco matto sin dalla nascita di Kadima. Lei aveva il carisma del capo, Ehud Olmert la borsa con l’eredità. Da allora ha solo aspettato. Ha votato l’entrata in guerra contro Hezbollah e continua a definirla la scelta giusta, ma il giorno dopo ha tolto la parola al premier, ne ha contestato scelte e metodi. L’ha guardato affondare nelle sabbie mobili libanesi, ha tirato innanzi nella torre d’avorio di un ministero degli Esteri senza diritto d’iniziativa.
Ora sogna solo la vendetta. Qualcuno si chiede se farà in tempo a gustarla. Il partito, il governo, lo stesso Paese fanno acqua da tutte le parti. Il ministro della Difesa, il laburista Amir Peretz, fatto a pezzi da una commissione d’inchiesta che lo mette tra le cause della sconfitta è sul punto di abbandonare.
Alla procura generale continuano, intanto, le audizioni dei difensori del presidente «in aspettativa» Moshev Katsav, in vista di una probabile incriminazione per stupro.
Così, mentre Israele si contorce in una delle più gravi crisi della sua storia, il segretario generale di Hezbollah, Hasan Nasrallah, può concedersi il lusso del dileggio. Rende omaggio ad Amir Peretz il cui nome, dice, «verrà ricordato per averci regalato la vittoria». Consiglia le dimissioni di Olmert. Lancia stilettate al resto del mondo arabo. «Per rendervi conto della nostra vittoria contro il grande nemico vi siete ridotti ad attendere il verdetto di una commissione d’inchiesta israeliana».