Israele, Olmert si dimette ma non molla il timone

Alla riunione settimanale del governo israeliano, ieri mattina, il premier Ehud Olmert ha confermato ai suoi colleghi la sua decisione di dimettersi per dare al ministro degli esteri Zipi Livni, nuovo leader del partito di maggioranza relativa Kadima - a cui ha promesso il suo sostegno - la possibilità di formare un nuovo governo. In serata, entrando dalla porta di servizio in modo da «dribblare» i fotografi, si è poi recato dal Presidente Shimon Peres, nelle cui mani ha rassegnato le dimissioni che avranno effetto entro 48 ore. Peres, in partenza per l'assemblea generale dell’Onu, ha subito aperto le consultazioni: scontato l’affidamento dell’incarico alla Livni.
In qualunque paese democratico questo segnerebbe la fine della tumultuosa - personale, ideologica, e politica - carriera di un personaggio cresciuto nel mito del Grande Israele, diventato, a seguito della scomparsa dalla politica di Ariel Sharon, l'affossatore ufficiale di questo sogno nazionale ebraico e sostenitore della divisione della Terra di Israele in due Stati e della pace coi palestinesi. Ma Israele non è un paese come gli altri e Olmert tutt'altro che un «morto che cammina» per cui sembra ancora prematuro cercare di tirare le somme dei suoi tre anni di governo.
Nei 42 giorni che la Livni ha a disposizione per formare un nuovo governo egli resta in carica con pieni poteri. Se entro questo periodo il nuovo leader di Kadima non riuscirà a ottenere l'assenso del parlamento per la nuova coalizione, il Paese - come chiede il suo principale rivale Bibi Nethanyahu, leader del Likud, andrà per legge a elezioni anticipate. Le quali, però, non possono aver luogo prima di 90 giorni. In tal caso Olmert resterebbe al timone del paese per almeno altri quattro mesi. Un lungo periodo durante il quale tutto può succedere e di cui si servirà per cercare di uscire con qualche successo «storico» dalla guida del governo oltre alla possibilità di essere rieletto alla Knesset. Il suo obiettivo, confermato ieri ai suoi collaboratori, è quello di raggiungere un accordo quadro con i palestinesi. Un’intesa sui principi di una futura coesistenza, destinata peraltro a rimandare a un secondo tempo i dettagli, soprattutto quelli relativi alla spinosa questione di Gerusalemme. Questa settimana Olmert ha già in programma un incontro con Abu Mazen.
In altre parole sembra ancora presto per scrivere un «coccodrillo» politico su questo straordinario personaggio ambizioso, sfortunato, sinceramente impegnato nella difficile lotta per la pace che la guerra del Libano - in cui è stato trascinato dagli Hezbollah e dall'entusiasmo vendicativo dell'opinione pubblica israeliana - ha fatto il principale capro espiatorio di molti errori e colpe passate e recenti della corrotta dirigenza di Israele.