Israele ora dà la caccia al terrorista libanese che ha appena liberato

Lo Stato ebraico si sente libero di vendicarsi: «Kuntar non esca di casa. È un morto che cammina»

Israele seppellisce i propri morti e promette vendetta. Lo fanno capire, pronunciando esplicitamente il nome di Samir Kuntar, fonti anonime dei servizi di sicurezza israeliani. Lo annunciano le misteriose chiamate che fanno squillare centinaia di telefoni libanesi e anticipano una possibile imminente rappresaglia.
Ventiquattro ore dopo lo scambio di salme e prigionieri celebrato come una grande vittoria, Hezbollah, i suoi capi e i prigionieri appena liberati sono di nuovo in trincea. Su tutti pende la spada di Damocle della rappresaglia israeliana. Le due prede più ricercate sono il segretario generale Hasan Nasrallah e Samir Kuntar, la “belva” sottratta ai quattro ergastoli comminatigli dopo l’attacco del 1979 costato la vita a un poliziotto, a un padre di famiglia e a una bimba di quattro anni massacrata a mani nude dallo stesso Kuntar.
L’inserimento di Kuntar nella lista dei nemici da liquidare senza troppi complimenti è confermato dagli stessi servizi di sicurezza israeliani. «Kuntar, per quanto ci riguarda, è soltanto un morituro destinato ad esser raggiunto e liquidato quanto prima - annunciano fonti ovviamente anonime. Dopo la sua liberazione – aggiungono - non abbiamo più obblighi... da questo momento è solo un infame assassino col quale il prima o poi salderemo il conto».
La belva trasformata in eroe non sembra disposta ad ascoltare le raccomandazioni del nemico che gli consiglia «di non uscire da casa e di non circolare alla luce del giorno». Nelle prime 24 ore di libertà batte le piazze di mezzo Libano, rivendica sfrontatamente gli assassinii commessi durante l’incursione del 1979 e promette di tornare a combattere gli israeliani tra le file di Hezbollah.
«Non mi sono pentito neppure per un giorno e tornare tra le file della resistenza mi dà la stessa gioia che riabbracciare la mia famiglia», spiega Kuntar dopo esser stato accolto come un trionfatore nel villaggio druso di Aley, pochi chilometri a sud di Beirut.
In quel tripudio di folla assiepata tra le case dello stesso villaggio diventato due mesi fa il simbolo delle minacce del Partito di Dio alla comunità drusa si annidano le ipocrisie e i misteri del Libano. Il villaggio che per una lunga e sanguinosa domenica di maggio resistette agli assalti dei combattenti sciiti uccidendone una dozzina accoglie come un eroe il figlio terrorista fatto liberare dagli stessi nemici di Hezbollah. E il druso Kuntar è da ieri un militante di Hezbollah a tutti gli effetti, desideroso, a quanto ripete, di «tornare a confrontarsi con il nemico sionista».
Se la promessa rappresaglia israeliana non spegnerà prematuramente le sue velleità, le occasioni non mancheranno. Da ieri i telefoni libanesi sono tempestati da chiamate in cui un messaggio registrato spiega, a nome del governo di Gerusalemme, che qualsiasi attacco del Partito di Dio innescherà una dura reazione e invita i cittadini libanesi a ribellarsi ai tentativi di Hezbollah di creare uno Stato nello Stato.
A preoccupare Israele, dopo la formazione del nuovo governo libanese su cui Hezbollah esercita potere di veto e controllo attraverso un terzo dei ministri, sono i nuovi, sofisticati armamenti transitati dalla frontiera libanese. Tra questi un sistema radar e missilistico, installato sulle cime della Bekaa, che minaccia la supremazia degli aerei con la Stella di David.
Dall’altra parte del confine migliaia di israeliani hanno, intanto, seguito in un’atmosfera di cordoglio e commozione i funerali di Eldad Regev e Ehud Goldwasser, i due riservisti restituiti cadaveri da Hezbollah. Parlando alle esequie di Goldwasser il ministro della Difesa Ehud Barak, il militare più decorato d’Israele, ha ricordato con commozione l’obbligo morale che lega lo Stato ebraico ai propri figli in divisa. «Se, Dio non voglia, qualcuno di voi dovesse venir fatto prigioniero o peggio mentre combatte i nemici e terroristi sappiate che lo Stato d’Israele non rinuncerà mai a intraprendere tutti gli sforzi legittimi e possibili per riportarvi a casa».