Israele, la "pace" scomparsa dalla campagna elettorale

<strong>REPORTAGE</strong>/ E' la sicurezza il tema dominante dei tre candidati: Livni, Barack e Netanyahu. Vince chi mostra più muscoli. I politici evitano le piazze e i kibbutz

Gerusalemme - Le facce dei tre candidati accolgono l'automobilista a ogni uscita della tangenziale di Tel Aviv e all'entrata di Gerusalemme. Tzipi Livni, sempre poco truccata e poco appariscente, non sorride mentre il suo partito, il centro di Kadima, la propone come «un primo ministro nuovo». Benjamin Netanyahu, il favorito nei sondaggi, capo della destra del Likud, ha uno sguardo serio: «sicurezza» ed «economia» sono le parole chiave della sua campagna. Anche il laburista Ehud Barak punta sulla leadership evitando di perdersi in troppi sorrisi: «Non sono simpatico, non sono un tuo amico, ma sono un leader».

Gli slogan dei tre candidati principali al voto di febbraio parlano di piani economici, sociali, di sicurezza, di governo forte, ma non parlano di processo di pace. La campagna elettorale per il voto del 10 febbraio è, come succede da diversi anni in Israele, poco invasiva, discreta per chi non si connette a Internet o non segue i dibattiti televisivi e radiofonici. Sono pochi i politici che ancora viaggiano tra i kibbutz del Nord, le comunità agricole del Sud prese di mira dai razzi di Hamas o nelle piazze delle grandi città e questa volta ai candidati è mancato anche il tempo di organizzarsi per la gara: i carri armati dell'esercito israeliano, infatti, sono da poco usciti dalla Striscia di Gaza.

«Non ci sono politici in queste elezioni che presentano un programma basato sull'ottimismo», aveva detto al Giornale durante la guerra nella Striscia Joseph Cedar, regista israeliano di una premiata pellicola sul ritiro dal Libano, Beaufort. E il dibattito sui giornali e alla tv non gli dà torto: Netanyahu accusa Barak e Livni, ministro della Difesa e ministro degli Esteri, di aver messo fine alla guerra troppo velocemente, senza aver dato il colpo finale a Hamas. Il laburisti e Kadima assicurano che il movimento islamista è stato indebolito ma che la partita non è chiusa.

La campagna, dai cartelloni nelle strade delle grandi città alle tribune elettorali, ruota attorno a chi è il politico più forte, pronto a garantire la maggior sicurezza alla popolazione, non più attorno allo statista capace di trovare presto una soluzione al lungo conflitto. Hamas controlla Gaza, Abu Mazen, unico partner credibile per Israele con cui dialogare è debole: sono pochi a pensare che una soluzione sia possibile nell'immediato: «Nessuno più pensa alla fine del conflitto quando va ai seggi: è passato troppo tempo e ci sono i problemi di tutti i giorni», dice Merav, 29 anni, proprietaria di un negozio del centro di Gerusalemme.

Non è la prima volta, d'altronde, che la pace non è al primo posto nei dibattiti elettorali. Nel voto del 1996, dopo l'assassinio di Yitzhak Rabin, l'inizio degli attentati sugli autobus e nei ristoranti, la pace era sembrata allontanarsi e la priorità elettorale era ancora una volta la sicurezza. Nel 2006, dopo il ritiro dalla Striscia di Gaza e una diminuzione del numero di attacchi contro Israele, la tendenza era la normalizzazione: campagne elettorali discrete, forse più noiose e, per il disappunto della stampa internazionale, meno incentrate sul problema del conflitto e più sull'agenda sociale, l'economia e la sicurezza.

A un evento elettorale organizzato in un grande albergo di Gerusalemme pochi giorni fa, Einat Wilf, candidata nelle liste dei laburisti di Avoda, il partito che fu del presidente Shimon Peres e che ha per anni incentrato la sua politica sulla realizzazione del processo di pace e della creazione di due Stati, ha spiegato al pubblico come ormai «il concetto di pace sia percepito come irrealistico e le persone che vanno a votare non vedono oggi il processo con un'immediata questione politica. Queste elezioni sono tutte incentrate su chi è il più forte del quartiere, ma la pace non è sul tavolo perché non c'è nessuna decisione immediata da prendere». Ci sono l'economia da rimettere in sesto, la minaccia iraniana e soprattutto, dopo Gaza, la sfida della sicurezza: «È la questione principale per via della guerra che si è appena conclusa - dice al Giornale Gill Hoffman, noto giornalista del Jersualem Post - ogni altra questione, non soltanto la pace, è per ora tralasciata».