Israele passa all’attacco: il Sinodo è anti ebraico

Il viceministro degli Esteri: "È diventato un forum di attacchi
politici". "Mai usato la Bibbia per giustificare la nostra linea". I
vescovi cattolici del Medio Oriente avevano chiesto di fermare
l’occupazione della Palestina

Un Sinodo «ostaggio di una maggioranza anti-israeliana» e «forum per attacchi politici contro Israele». È durissima la reazione che arriva da Gerusalemme, in risposta ad alcuni interventi ascoltati nel corso della riunione dei 177 cardinali, patriarchi e dei vescovi cattolici del Medio Oriente convocata in Vaticano da Benedetto XVI e conclusasi ieri. La reazione sembra alzare nuovamente il livello dello scontro, anche se per il governo di Israele non dovrebbe essere una sorpresa il pensiero di alcuni presuli che conoscono da vicino certe difficoltà e contraddizioni.

Il vice ministro degli Esteri Danny Ayalon, in una dichiarazione riportata sul sito web del Jerusalem Post, ha così giudicato l’incontro in Vaticano: «Esprimiamo il nostro disappunto perché questo importante Sinodo è diventato un forum per attacchi politici contro Israele, nel segno della migliore tradizione della propaganda araba. Il Sinodo è stato preso in ostaggio da una maggioranza anti-israeliana». È intervenuto anche il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, replicando a coloro che, ricordando che la teologia cattolica non prevede una «terra promessa» per il popolo a scapito di altri, avevano criticato l’uso della Bibbia per giustificare l’occupazione dei territori palestinesi. «I governi israeliani non si sono mai serviti della Bibbia» per giustificare l’occupazione o il controllo di alcun territorio, inclusa Gerusalemme Est, ha dichiarato il Yigal Palmor, in risposta alle critiche rimbalzate ieri dal Sinodo. Palmor ha respinto come «ingiusta e pregiudiziale» la retorica riecheggiata da parte di alcuni prelati presenti in Vaticano in questi giorni.
Della situazione israelo-palestinese aveva parlato il messaggio finale del Sinodo, reso noto sabato e contenente un appello per un’equa soluzione del conflitto che contempli «due Stati».

In un passaggio i vescovi si erano rivolti alla comunità internazionale, e in particolare all’Onu, «perché lavori sinceramente a una soluzione di pace giusta e definitiva nella regione, e questo attraverso l’applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza». «Abbiamo avuto coscienza – avevano scritto – dell’impatto del conflitto israelo-palestinese su tutta la regione, soprattutto sul popolo palestinese che soffre le conseguenze dell’occupazione israeliana: la mancanza di libertà di movimento, il muro di separazione e le barriere militari, i prigionieri politici, la demolizione delle case, la perturbazione della vita economica e sociale e le migliaia di rifugiati». In un altro passaggio, i vescovi avevano ammonito: «Non è permesso di ricorrere a posizioni teologiche bibliche per farne uno strumento a giustificazione delle ingiustizie».

A queste affermazioni hanno risposto gli israeliani.
Ieri il Papa, nella messa conclusiva del Sinodo, ha affermato che la pace per il Medio Oriente è «possibile», è «urgente» ed è «la condizione indispensabile per una vita degna della persona umana» e per «evitare l’emigrazione» dalla regione. Ratzinger, alzando il tono della voce, ha rivolto un appello alla comunità internazionale perché moltiplichi gli sforzi per porre fine ai conflitto nell’area. E ha invocato una vera libertà religiosa, e non solo di culto, in tutta la regione mediorientale, chiamando i cristiani a battersi per promuovere tale «diritto fondamentale» della persona umana. «In numerosi Paesi del Medio Oriente - ha denunciato il Pontefice - esiste la libertà di culto, mentre lo spazio della libertà religiosa non poche volte è assai limitato.

Allargare questo spazio di libertà diventa un’esigenza per garantire a tutti gli appartenenti alle varie comunità religiose la vera libertà di vivere e professare la propria fede». Proprio questo, nei giorni scorsi, avevano parlato con coraggio anche diversi padri sinodali e in effetti il Sinodo ha rappresentato una pluralità di voci, anche critiche verso i Paesi islamici e dunque certamente non riducibili solo a univoche posizioni anti-israeliane. Il Papa ha rilanciato ieri le loro voci mettendo il tema della libertà religiosa al primo posto nell’agenda del dialogo tra i cristiani e i musulmani.