Israele, il popolo sacro fuori dai giochi di potere

Un saggio controcorrente di Dan Segre rilegge il percorso storico e politico degli ebrei, dalle Scritture alla «rivoluzione» di Sharon

È sempre rischioso affrontare il tema della moralità politica di un Paese. Lo è ancor di più se quel Paese si chiama Israele. Basta sfogliare i giornali di tutto il mondo per accorgersi quali pulsioni continui a suscitare lo Stato ebraico: o lo ammiri incondizionatamente e dunque lo difendi anche quando meriterebbe di essere criticato, o lo odi e per questo non vedi nulla di positivo non solo nelle sue gesta, ma addirittura nella sua esistenza.
Pochi riescono a parlare di Israele con equilibrio e profondità storica. Tra costoro, senza dubbio, Vittorio Dan Segre, che i lettori del Giornale conoscono e apprezzano da sempre con la firma di R.A. Segre, e di cui è appena uscito nelle librerie Le metamorfosi di Israele (Utet). Un saggio brillante e ambizioso. In sole 200 pagine, scritte con la consueta chiarezza, viene proposta la rilettura del percorso politico degli ebrei, dalle origini a oggi, alla luce del rapporto sacro che, tramite l’insegnamento di Mosè, li lega a Dio. E che proprio in conseguenza di questa relazione particolare, li vincolerebbe a creare una società dagli elevati standard morali.
L’analisi parte dalla citazione di due versetti della Bibbia. Il primo (Esodo, 19:6) definisce il carattere collettivo peculiare ad Israele con la frase: «Sarete per Me un regno di sacerdoti e un popolo sacro». Il secondo (Numeri, 23:9) indica che questo «popolo dimorerà solo e non avrà parte fra le nazioni». Segre rifiuta l’interpretazione, da molti condivisa, secondo cui ciò implichi un «destino di marginalità congenita del popolo ebraico» e ne propone un’altra: il «non aver parte» non va inteso in termini di separazione dalla comunità internazionale, bensì di non partecipazione al gioco di potere amorale delle nazioni.
Ma, si chiede l’autore, nel corso della storia gli ebrei come hanno interpretato tale vincolo? Rispondere a questa domanda significa capire l’essenza del pensiero politico israeliano e inquadrare nella giusta prospettiva il percorso fin qui compiuto dal Paese; compresi gli errori e i tormenti, che nascono dalla difficoltà di definire la propria identità. Segre evidenzia come i momenti cruciali della storia ebraica siano stati caratterizzati dal tentativo di conciliare tendenze antitetiche. Sono questi equivoci a generare «le metamorfosi di Israele», ancor prima della nascita dello Stato ebraico.
Nell’Europa dal XVIII secolo in avanti, ad esempio, quando le comunità rifiutarono il confronto con la modernità, preferendo sopravvivere all’interno di un doppio muro, «quello di separazione (ghetto) imposto dall’esterno e quello creato dagli ebrei stessi», per mantenere in vita un sistema élitario incentrato sul potere dei leader religiosi, la cui ostinazione generò tensioni fortissime, inizialmente non tanto con il mondo esterno quanto all’interno del mondo ebraico. Il processo di laicizzazione nacque proprio dalla necessità di aggirare i vincoli rabbinici, senza rinnegare le proprie radici; un processo che però non risolse il dilemma ebraico. Secondo Segre lo Stato di Israele è il risultato non tanto dell’Olocausto, quanto di una reazione alla «nuova costellazione storica». È il desiderio di trovare uno spazio dove gli israeliti non fossero costretti a scegliere tra l’assimilazione o la distruzione e dove fosse possibile sentirsi ebrei senza essere oppressi dalla religione. Non a caso Ben Gurion sognava di conciliare il giudaismo e l’illuminismo, senza però riuscire a trovare un punto di equilibrio.
Segre evidenzia altri paradossi. Innanzitutto, la tendenza, riscontrabile tra la fase pionieristica e la guerra del 1967, di definirsi soprattutto in contrapposizione al «nemico»: al regime mandatario britannico inizialmente e, soprattutto, ai Paesi arabi che cercarono con le armi di annientare lo Stato ebraico e che proprio a causa di questo loro gesto consentirono agli israeliani di considerare l’occupazione delle terre e dei beni palestinesi non un’appropriazione indebita ma un legittimo bottino di guerra. Sono gli anni in cui si stabiliscono i confini e in cui il Paese prende coscienza della propria superiorità militare.
Poi, dalla guerra dei Sei Giorni in avanti, Israele non si accorge dei pericoli insiti nella trasformazione da Stato occupato a occupante. La dirigenza di allora, sebbene d’origine europea, colta e dotata di un profondo senso della storia, non capì i rischi provocati dalla prolungata occupazione di Gaza e Cisgiordania. Israele si trasformava in una potenza coloniale, offrendo così il pretesto agli arabi di rinvigorire il proprio antisionismo e ai palestinesi l’impulso alla ribellione, con la prima Intifada del 1987 che il governo di Gerusalemme fu incapace non solo di prevedere ma anche di gestire.
Negli ultimi anni l’identità ebraica è stata condizionata da altri fattori: la paura, l’insicurezza, la globalizzazione, l’emergere di un terrorismo islamico su scala planetaria che ha consentito a Israele di rinsaldare le proprie alleanze internazionali. E ancora: una nuova spaccatura sociale tra una minoranza che ha trovato rifugio nell’ortodossia come risposta alla perdita di valori tradizionali e la maggioranza che continua a impegnarsi nella definizione di uno Stato moderno, ma secondo logiche nuove, che il mondo politico non ha capito. La genialità di Sharon è stata di aver saputo interpretare questo sentimento, uscendo dagli schemi tradizionali.
Che ne sarà di Israele e del suo sacro impegno alla moralità politica? «La storia non segue né le previsioni, né le pianificazioni degli esperti», ammonisce Segre, che pertanto si guarda bene dal tentare profezie. Tuttavia avverte il lettore sulla possibilità di sviluppi sorprendenti. Innanzitutto: gli interessi tra la superpotenza americana e la minipotenza israeliana tenderanno a non coincidere e dunque sbaglia chi ritiene immutabile l’attuale rapporto privilegiato tra i due Paesi. In un mondo dominato da grandi esigenze strategiche, energetiche e geopolitiche, Washington sarà indotta a privilegiare i rapporti con il mondo arabo-islamico, inducendo lo Stato ebraico a cercare nuove alleanze. Non più verso Occidente, e sicuramente non in Europa, ma in direzione opposta: nell’Asia di Cina, Giappone e India.
Un’evoluzione che ne rende possibile un’altra, oggi inimmaginabile: la neutralità di Israele, per scardinare l’ostilità del mondo arabo e trasformare il Paese in un fattore di pace e stabilità nel Medio Oriente. Una Svizzera ebraica, nel segno di Mosè.