Israele scatena l’attacco finale a Hezbollah

Raid aerei senza sosta nella notte: ancora morti

Gian Micalessin

da Zarit (Confine israeliano)

Zarit ovvero l'inizio di tutto. Venti giorni fa la guerra è iniziata qui, sulla recinzione di questo insediamento di confine. Qui un'imboscata di Hezbollah lasciò tre soldati israeliani sul terreno, ne fece sparire altri due. Oggi Zarit è il nuovo portale sulla guerra. Un pugno di case retrovia della nuova offensiva. Trovarlo è facile. I camion con in spalla 60 tonnellate di carro Merkava ciascuno arrampicano lenti la montagna. Decine di mezzi carichi di esplosivi e munizioni divorano i tornanti. Autobus zeppi di riservisti li inseguono e li sopravanzano. Per arrivare a Zerit basta seguire la scia. L’attacco è scattato lunedì notte, ha aperto il nuovo fronte nella zona centro occidentale del confine e nella notte sono ripresi senza sosta i raid aerei su Baalbeck e altre località della valle orientale della Bekaa. I razzi e le bombe sganciati da caccia F-16 ed elicotteri Apache nel sud hanno provocato in serata altri tre morti, una madre e le due figlie, e tre feriti. In quella battaglia che nelle parole del premier Ehud Olmert sarà il prologo della vittoria, l'ultimo atto prima della tregua. «Siamo all'inizio di un processo politico che garantirà un cessate il fuoco in condizioni assolutamente diverse da quelle iniziali - assicura il premier - stiamo vincendo la battaglia contro Hezbollah: i grandi successi dell'esercito israeliano hanno già modificato il volto del Medio Oriente, la minaccia di Hezbollah non sarà più la stessa». I toni di Olmert sono, inevitabilmente, quelli di un generale alla vigilia della battaglia.
Ma laggiù un chilometro appena oltre il confine, lo scontro non è facile. Dopo ore di combattimenti la tv libanese Lbc segnala i paracadutisti partiti all’assalto nella notte di lunedì sulle colline a est di Baalbeck e sulle pendici occidentali della catena del Monte Libano. Dicono che l’obiettivo potrebbe essere il capo dell’ufficio politico di hezbollah Mohammed Yazbeck. Voci. Come quelle che parlano di tre soldati israeliani morti e di almeno sei guerriglieri sciiti uccisi. I comunicati di Hezbollah sparano la cifra record di 35 soldati uccisi e ammettono almeno quattro caduti. E Al Jazeera racconta di un commando israeliano di cinque soldati caduto in un’imboscata e accerchiato dai miliziani all’interno dell’ospedale Dar al Hicma. Cercavano uno dei due soldati rapiti, ma l’informazione era falsa.
Da quassù il fronte sembra la cappa di un uragano, una coltre scura che divora e inghiotte mezzi e uomini. I soldati ti fermano ad un pelo dal confine. «Volete andare in battaglia anche voi?». Hanno gli stivaletti rossi dei paracadutisti, ma i capelli lunghi e le divise vecchie e ben stirate, di chi, fino a ieri, se ne stava a casa propria. Il governo ha appena approvato il loro schieramento in battaglia e loro sono già qui. Sono la prima porzione dei quindicimila riservisti pronti a dare il via alla seconda fase dell'offensiva di terra. «Sono appena arrivato, fino a ieri lavoravo nel mio studio di architettura - racconta un 29enne senza nome - uno dei miei ufficiali, appena uscito dalla zona dei combattimenti, mi ha avvertito che anche qui è dura, da ieri notte non hanno mai smesso di combattere, ci sono nemici dappertutto, spuntano fuori da ogni casa da ogni buco».
Nella base di Shomera, due chilometri a sud di Zarit, Amir Peretz, l'ex sindacalista con il baffo alla Stalin sempre più a proprio agio nella sua parte di «maresciallo» della guerra, sta arringando qualche centinaio di militari della 300ma brigata pronti ad entrar in battaglia. «Il negoziato è alle porte, i nostri successi al tavolo delle trattative dipendono anche dai vostri risultati sul campo di battaglia» avverte il ministro della difesa. Ma ricorda pure che il gabinetto di sicurezza ha deciso di continuare l'offensiva fino all'arrivo della forza internazionale. La guerra potrebbe, insomma, continuare per mesi. Il vicecapo di Stato maggiore Moshe Kaplinsky prendendo la parola dopo Peretz nella stessa base di Shomera parla di «qualche giorno di operazioni» per raggiungere l'obbiettivo prefissato. Per il ministro della giustizia Haim Ramon le condizioni per un dislocamento delle forze internazionali verranno raggiunte prima di 7 o dieci giorni. Per l'ex ministro della difesa Binyanim Bel Eliezer l'offensiva non si concluderà prima di due settimane. Per il vicepremier Shimon Peres è questione di settimane ma non di mesi. Un balzo verso nord destinato, secondo l'ex generale, ad oltrepassare anche il Litani, il fiume - 30 a chilometri a nord del confine - soglia e pietra miliare di tante avanzate in suolo libanese negli ultimi 30 anni. A guardarla da Metula, un'ora e mezzo di auto e una novantina di chilometri a nord est di Zarit, la tesi dell'ex generale Sneh sembra la più convincente. Situato all'apice di un dito di territorio proteso per una ventina di chilometri in suolo libanese Metula è il portale più attivo della nuova offensiva. Le lunghe file di carri e truppe incontrate qui domenica mattina sono già all'interno e combattono su almeno due fronti. Il primo allungato verso il Litani è quello dei villaggi di Taibè e Aidesse cinque chilometri oltre la frontiera. Il secondo meno ufficiale e assai meno pubblicizzato, e quello sedici chilometri a nord est. Lì le truppe israeliane muovono in profondità per bloccare i rifornimenti agli Hezbollah e sigillare la frontiera siriana.