Israele: se necessario colpiremo i leader di Hamas

Roberto Fabbri

Premessa: il 28 in Israele si vota per il rinnovo del Parlamento, la contesa elettorale è molto accesa e il linguaggio usato dai politici lo è, comprensibilmente, altrettanto. E tuttavia quello che ieri ha detto il ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz all’indirizzo di Hamas è molto pesante. Un giornalista gli aveva chiesto di precisare se anche Ismail Haniyeh, premier designato dal movimento integralista che ha trionfato nelle recenti elezioni palestinesi, potesse diventare obiettivo di un “omicidio mirato”: «A partire dal momento in cui Hamas sceglierà la via del terrorismo contro Israele - ha detto l’esponente di Kadima, il partito centrista fondato da Ariel Sharon tre mesi fa e favorito nei sondaggi - noi non faremo distinzioni tra dirigenza politica e non politica. Ci troveremo davanti a una dirigenza terroristica e quindi nessuno dei suoi membri beneficerà dell’immunità, nemmeno Haniyeh».
Israele continua a considerare un proprio diritto l’uccisione di personaggi che giudica responsabili di atti di terrorismo ai propri danni. Proprio ieri, replicando al presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen che ipotizzava di rimettere in libertà il capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) Ahmad Saadat - mandante dell’assassinio del ministro israeliano del Turimo Rehavam Zeevi compiuto nell’ottobre 2001 -, da Gerusalemme è giunto un chiaro avvertimento: se rimesso in libertà, Saadat finirà nel mirino dei giustizieri israeliani. Gli stessi che nella primavera del 2004, lanciando micidiali razzi da elicotteri, uccisero nel giro di tre settimane due capi di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin e il suo successore Abdelaziz Rantisi.
Non a caso pochi giorni fa un altro esponente di punta di Kadima, l’ex capo dei servizi segreti di sicurezza Avi Dichter, aveva anticipato Mofaz affermando che «se Haniyeh o i suoi uomini continueranno la loro politica di terrorismo e assassinii quando saranno al potere finiranno in cella o raggiungeranno Ahmed Yassin». Va ricordato che Hamas, attualmente impegnata al rispetto di una tregua, si è assunta la responsabilità dei peggiori massacri di civili compiuti da terroristi in territorio israeliano nell’ultimo decennio.
La dirigenza di Hamas non ha perso tempo per replicare alle dure parole in arrivo da Israele. «Le dichiarazioni di Mofaz sono terrorismo di Stato - ha detto un portavoce -. Hamas non si piega alle minacce e ai ricatti. Noi difenderemo gli interessi e i diritti del popolo palestinese, non importa a quale costo». E il dirigente Mahmud a-Zahar ha minacciato il ricorso al rapimento di coloni o soldati israeliani per ottenere la liberazione senza condizioni dei novemila prigionieri in carcere in Israele.
Tornando all’avvio (proprio ieri) della campagna elettorale in Israele, è chiaro che i centristi di Kadima non intendono farsi erodere il vantaggio assicurato dai sondaggi sulla destra rappresentata dal partito Likud, guidato dall’aggressivo ex premier Benjamin Netanyahu. Quest’ultimo continua a mettere in guardia gli elettori israeliani da quella che giudica l’eccessiva arrendevolezza di Kadima nei confronti di Hamas. La sua insistenza, e la discreta risposta che sembra avere sempre secondo i sondaggi d’opinione, hanno spinto il premier ad interim Ehud Olmert (di fatto il successore di Sharon ridotto in coma da un ictus lo scorso 4 gennaio) a una politica di ostentata fermezza nei confronti di Hamas e della Jihad islamica.
Olmert, il cui partito è rimasto strategicamente spiazzato perché aveva puntato sulla continuità rappresentata da Al Fatah, ha anche precisato di volere «uno Stato d’Israele con frontiere permanenti e una maggioranza di ebrei». La natura di queste frontiere lo differenzia da Netanyahu, che non vorrebbe mollare un metro quadrato dei territori occupati nel 1967 e che si era opposto anche al ritiro dalla Striscia di Gaza: Olmert è invece disposto a rinunciare a parte delle colonie ebraiche in Cisgiordania, salvo riservarsi il diritto di fissare unilateralmente i confini «definitivi» di Israele se la dirigenza palestinese non troverà l’accordo con lui.
Ieri il premier ha annunciato, in questo scontrandosi apertamente con il Likud, di voler «ridurre drasticamente» i fondi destinati agli insediamenti in Cisgiordania. Con i soldi così risparmiati Olmert intende finanziare lo sviluppo delle aree meno avanzate di Israele. Dovrà anche fronteggiare la collera dei coloni, che certamente ha già messo nel conto.