Israele si scusa con l’Egitto e cerca la tregua con Hamas

Il governo israeliano ha offerto a quello del Cairo il proprio «rammarico» per l’uccisione dei tre agenti della polizia di frontiera egiziana avvenuta nei pressi del confine tra i due Paesi vicino alla città israeliana di Eilat giovedì scorso in seguito agli attacchi terroristici anti-israeliani. Il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak ha aggiunto di aver ordinato all’esercito di aprire un’inchiesta e di aver offerto agli egiziani di indagare insieme sull’accaduto.
Israele risponde così positivamente alla richiesta egiziana di scuse ufficiali per la morte dei suoi militari, in mancanza delle quali non sarebbe stato fatto rientrare a Tel Aviv il proprio ambasciatore, che era stato richiamato in patria per protesta la scorsa notte dal governo del Cairo. Nella capitale egiziana una folla incollerita si era radunata davanti alla rappresentanza diplomatica di Israele, facendo temere una rapida degenerazione del clima tra i due Paesi firmatari dello storico accordo di pace del 1979. Un rischio che Israele non intende assolutamente correre: la mossa di riconciliazione dimostra con i fatti ciò che ha detto ieri a parole Barak sottolineando «l’elevata importanza e il valore strategico per la stabilità del Medio Oriente della pace fra Israele ed Egitto».
Israele tiene probabilmente conto anche del rapporto stilato dalla Forza multinazionale che dal 1979 verifica, in alternativa a una vera e propria missione delle Nazioni Unite, l’applicazione del trattato di pace con l’Egitto, secondo cui le forze israeliane hanno commesso due violazioni: la prima penetrando in territorio egiziano, la seconda sparando sul versante egiziano del confine.
Ma in queste giornate di altissima tensione Israele non deve soltanto agire per evitare di trovarsi coinvolto nella prima crisi con l’Egitto del dopo-Mubarak: anche il cruciale fronte di Gaza è più che mai aperto, con Hamas - il movimento integralista islamico che controlla politicamente quel territorio palestinese - che ieri ha dapprima dichiarato «di fatto conclusa» la tregua con lo Stato ebraico in seguito ai raid aerei israeliani sulla Striscia, per poi successivamente tornare sui propri passi precisando che il proprio comunicato era stato «male interpretato». La situazione è complessa, con Israele che da una parte annuncia l’intenzione di continuare a Gaza le azioni di rappresaglia contro i gruppi palestinesi che hanno colpito a Eilat e continuano a lanciare razzi su Israele e dall’altra - come confermato ieri dall’ambasciatore egiziano presso l’Autorità nazionale palestinese, che svolge un ruolo di mediatore - ha in corso contatti ufficiali con Hamas per cercare di fermare l’escalation di violenze nella regione.
Ieri sera il ministero degli Esteri del Cairo ha emesso un comunicato con il quale «consiglia con forza» a Israele «di porre fine immediatamente alle sue operazioni militari contro Gaza».
Continua intanto senza interruzioni il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza verso il territorio israeliano. Da giovedì ne sono piovuti circa trenta. Uno di questi ha ucciso un uomo nella città di Beersheva, ma anche due bambini israeliani sono stati feriti, per fortuna lievemente, da un missile che ha colpito un’abitazione a Ofakim. Un altro missile, per una beffa del destino, ha ferito ieri tre manovali palestinesi nella città costiera di Ashdod: due di loro sono in gravi condizioni. Ieri le Brigate Ezzedin el Kassam, braccio armato di Hamas, hanno rivendicato il lancio di questi ordigni, rendendo particolarmente arduo il ritorno alla tregua con Israele.