Israele si sveglia all’alba per l’abbraccio a Shalit

Bandiere, fiori, canzoni. E festeggiano anche le famiglie delle vittime.
Mentre a Gaza la folla inneggia ai terroristi: "Vogliamo un altro Gilad"

Israele ha messo la sveglia alle 5 di mattina per non perdere un attimo del ritorno di Gilad Shalit. Del corpo vivo di Gilad. Voleva, tutto quanto, assistere alla realizzazione della grande promessa di Israele, che dice: «Madre che temi per il tuo figliolo soldato, e qui una guerra può sempre accadere, non sarai abbandonata in nessun caso, nemmeno nella situazione più estrema». Voleva vedere la tradizione ebraica farsi politica con tutta la sua concezione utopistica, quella per cui ogni uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, vale tutto, e in ogni circostanza. E questo in particolare dopo che a mucchi, a schiere che restavano senza nome, gli ebrei sono stati sbriciolati dalle persecuzioni e dalla Shoah.
Tutta Israele ieri è stata una cosa sola intorno a Gilad. Le postazioni televisive sono state piazzate ovunque, a casa, a Mitzpei Hila, dove Noam Shalit ha piazzato una enorme bandiera bianca e azzurra con la stella di David sul tetto; a Kerem Shalom, punto d’incontro fra Israele, Gaza e Egitto, dove Gilad in un giro barocco e piuttosto angoscioso è stato prima passato agli egiziani e poi a Israele; a Tel Nof, base aeronautica dove Gilad ha incontrato Bibi Netanyahu e i suoi genitori, per poi andare a casa; di fronte alle carceri da cui sono partiti i pullman con i primi 450 prigionieri palestinesi liberati; dalla parte palestinese, dove si sono svolte le cerimonie di accoglienza che hanno mostrato come, lungi dal vergognarsi dei più terribili terroristi, essi vengano uno per uno baciati e abbracciati non solo da Hismail Hanjye o da Khaled Mashaal, capi di Hamas, ma anche da Abu Mazen, capo di Fatah.
Israele è contenta e soffre, ma è comunque unita sul corpo magrissimo di Gilad, sul suo pallore di creatura a lungo rinchiusa, su quel mucchietto di ossa eroiche che hanno saputo resistere per cinque anni e mezzo in qualche cunicolo alla evidente denutrizione, alla solitudine all’oscurità a cui è stato abbandonato senza gli occhiali che subito gli sono stati restituiti. Tutta Israele si interroga su quel braccio destro che ciondola e sulla gamba che zoppica, sulla fatica del salire sull’elicottero, chissà da quanto tempo Gilad non ha fatto una scala; si rallegra che anche se con poche parole dia prova di essere in sé, timido e preciso come sempre.
Israele non ha per Gilad Shalit, quali che siano oggi le paure e la sofferenza, che fiori e baci: il dolore delle famiglie degli uccisi ieri si è sentito come un indispensabile prezzo, l’abbraccio per Gilad è stato di tutti. Le magliette dei sostenitori portano in blu i primi versi di una canzone che tutti sanno: «Com’è bello che tu sia a casa». Ma dall’altra parte si ricevevano con fucili e spari e slogan che promettono di annegare gli ebrei nel sangue - uno su tutti, quello di chi ieri inneggiava: «Vogliamo un altro Gilad» - tanti assassini plurimi come Nasser Batima che ha organizzato l’uccisione di 30 convitati a una cena di Pasqua, o come Hasam Badran che fatto fuori 21 ragazzini davanti alla discoteca del Dolphinarium… Alla fine dello scambio saranno 1027 contro un soldato di leva di 25 anni che ne ha passati cinque da sequestrato. Quelli visti finora sono scesi dagli autobus gridando morte e terrorismo. È stupefacente che le tv più importanti, come la Cnn, seguitino a chiamare i terroristi «militanti» e che dopo i processi tenuti nei tribunali israeliani, noti per la loro equità, i crimini accertati vengano richiamati come opinabili accuse israeliane. L’interpretazione politicamente corretta è quella che forse adesso Hamas diventerà un interlocutore per Israele: a guardare la folla che la festeggia, si vede con chiarezza che un’esaltazione filo terrorista è il più evidente risultato della soddisfazione per lo scambio.
Ma i genitori, i figli, le mogli che vedono gli assassini dei loro cari tornare in libertà, pronti, secondo le statistiche per il sessanta per cento, a colpire di nuovo, ieri erano pallide voci senza forza politica di fronte alla presenza fisica e simbolica di Gilad. Netanyahu ha detto sorridente al padre Noam: «Ti ho restituito il tuo ragazzo», e il ragazzo si è ripresentato uomo, in una larga divisa da soldato, con gradi accresciuti, da caporale a sergente, è scattato nel saluto militare guardando Bibi negli occhi. Si è scusato: «Scusa, sono un po’ debole». Si, nel corpo, sergente Shalit, non nell’anima. Come Israele.