Israele sta a guardare


(...) una nuova lotta fratricida. Agli Hezbollah - l’unica milizia che ha rifiutato di deporre le armi - il loro carismatico leader, lo sceicco Nasrallah, ha proibito perfino di sparare in aria. Anche se, furiosi d’aver mancato il loro scopo di rovesciare il governo col ritiro dei propri ministri dalla coalizione e Siniora con manifestazioni di massa, gli Hezbollah vorrebbero essere liberi di usare le armi fornitegli dall’Iran e dalla Siria. Sono consapevoli però di essere una minoranza sciita nel Paese contro la quale si è formata una coalizione ibrida di cristiani, musulmani sunniti e drusi (questi ultimi poco numerosi, ma ben armati) che non permetterebbe loro di ottenere una rapida vittoria. Questo equilibrio di forze religioso-comunitario (ci sono 18 gruppi politico-religiosi in Libano), ha permesso al segretario della Lega Araba di presentare un piano di compromesso in sette punti in cui l’accettazione da parte degli Hezbollah del Tribunale internazionale per eventualmente punire gli assassini dell’ex premier Hariri potrebbe essere bilanciata dal possibile ritorno dei ministri sciiti nel governo con un diritto di veto sulla politica della maggioranza, veto che però è ancora in discussione.
Una situazione di stallo molto più incancrenita e sanguinosa esiste anche a Gaza, dove uno stato cronico di anarchia permette a un mosaico di gruppi armati, mossi tanto da interessi politici che privati nonché da faide familiari, di continuare ad ammazzarsi reciprocamente. Il brutale assassinio lunedì scorso di tre bambini figli di Baha Balusha, alto funzionario della sicurezza legato al presidente Mahmoud Abbas, è una risposta al tentato assassinio due giorni prima del ministro degli Interni di Hamas, oltre che al tentativo di eliminare l’investigatore principale nell’assassinio di Jad Al-Talel, alto ufficiale legato al premier Haniyeh. Se questo ultimo delitto provocherà uno scontro più ampio della sparatoria fra uomini di Hamas e di Al Fatah che ha avuto luogo ieri nella Striscia di Gaza, nessuno è in grado di dirlo. Certo è che dietro queste violenze c’è un problema di impotenza politica ed economica.
L’impotenza è quella del presidente Mahmoud Abbas, che nelle scorse settimane per sei volte consecutive ha annunciato uno «storico discorso» politico mirante a cambiare la situazione nella zona e per sei volte invece è stato zitto, coprendosi di ridicolo perfino sulla stampa palestinese a lui fedele. Il suo silenzio è stato spiegato come il risultato di pressioni da parte dell’Egitto, il timore di essere accusato di fare il gioco del nemico israeliano, eccetera. Ma la ragione fondamentale sembra essere il prossimo ritorno dall’estero del premier Haniyeh con 250 milioni di dollari nelle sue valigie, forniti o promessi dall’Iran in cambio dell’abbandono da parte di Hamas dell’opposizione ideologica agli sciiti pro-iraniani e l’impegno del governo di attuare una collaborazione politica e militare più stretta con gli Hezbollah nel Libano. L’elenco delle priorità per cui questi soldi - offerti ufficialmente all’Autorità palestinese, di cui Mahmoud Abbas è legittimo presidente - saranno impiegati (pagamento dei salari a tutti i funzionari e ai tremila pescatori senza lavoro, ricostruzione delle case distrutte da Israele assieme a nuove scuole e centri culturali) paralizza il presidente nei suoi piani di promuovere nuove elezioni. Egli teme di vedersi sfuggire di mano gli aiuti promessigli da Stati Uniti, Europa e Arabia Saudita per contrastare il potere di Hamas. Quanto a Israele, il premier Olmert ha autorizzato negli ultimi giorni contatti segreti col presidente palestinese nei quali si è perfino discussa la possibilità di liberare dalle carceri israeliane il più popolare leader di Al Fatah, Marwan Barghuti, l’unico che potrebbe tener testa a Hamas in caso di nuove elezioni. Per il momento tutto quello che gli israeliani possono fare è di stare a guardare, evitando di intervenire in quello che succede in Libano e in Palestina nella speranza che gli sviluppi di questa paradossale situazione non portino al consolidamento di un fronte di violenza sulle loro frontiere.
R.A. Segre