Israele toglie il blocco aeronavale al Libano

Tel Aviv dovrà completare il ritiro entro il mese lasciando il posto a 5mila soldati Onu

Fausto Biloslavo

da Tiro

Gli israeliani toglieranno oggi il blocco aereo navale del Libano evitando un pericoloso braccio di ferro che avrebbe potuto far riesplodere la crisi. Alla marina italiana, assieme ad altre unità navali dell’Onu, spetterà il compito di controllare le coste fino a quando non arriverà la flotta tedesca. L’ufficio del primo ministro israeliano, Ehud Olmert, ha annunciato con un comunicato che il blocco aeronavale al paese dei cedri sarà levato oggi alle 18 locali, le 17 in Italia. L’importante decisione è stata presa dopo stringenti colloqui telefonici con il segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan. Olmert ha parlato anche con Condoleezza Rice, il segretario di Stato americano, che assieme al capo del Palazzo di vetro ha assicurato gli israeliani sul fatto che i caschi blu sono pronti ad assumere posizioni di controllo sulle coste libanesi e all’aeroporto di Beirut. Già ieri era atteso nella capitale un nucleo di esperti tedeschi, che avrebbero montato il loro equipaggiamento allo scalo internazionale.
Nei prossimi 15 giorni sarà la squadra navale italiana, di cui fa parte la portaerei Garibaldi, guidata dall’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, assieme ad unità navali britanniche, francesi e greche a sorvegliare il tratto di mare davanti alle coste libanesi, in attesa della flotta tedesca. La Germania potrebbe fornire anche consiglieri oppure osservatori, da affiancare all’esercito libanese, lungo il confine con la Siria, zona di passaggio di armi e munizioni per Hezbollah.
Prima dell’annuncio distensivo di Israele la situazione sembrava precipitare ancora una volta verso una difficile crisi. Il ministro degli Esteri libanese, Fawzi Salloukh, vicino al Partito di Dio, aveva annunciato l’intenzione del governo libanese di passare alle maniere dure. «Aspetteremo le 48 ore promesse da Kofi Annan e se la situazione si risolve, lo ringrazieremo. Se no, il governo libanese prenderà le necessarie misure e romperemo il blocco con tutta la nostra forza» aveva detto Salloukh ai giornalisti a margine di un vertice dei ministri degli Esteri arabi al Cairo.
Da tre giorni i parlamentari libanesi avevano deciso di protestare con un sit-in ad oltranza nella sede dell’assemblea nazionale. L’idea era stata lanciata dal presidente del parlamento, Nabih Berri, capo del partito sciita Amal, che al sud ha combattuto al fianco di Hezbollah con i suoi miliziani. Prima di annunciare la fine del blocco le autorità israeliane sembravano intenzionate ad un graduale allentamento della tenaglia aeronavale. Mark Regev, portavoce del ministro degli Esteri di Tel Aviv, aveva spiegato che «non abbiamo problemi a ridurre gradualmente le restrizioni. Quando saremo pronti, saremo pronti. Possiamo muoverci su luoghi specifici». Ovvero gli israeliani intendevano togliere l’embargo ai voli all’aeroporto di Beirut, che in realtà era già stato violato negli ultimi giorni dalla compagnia aerea del Qatar.
L'esercito israeliano controlla ancora alcune sacche al confine occupate durante la guerra, ma le sta gradualmente cedendo a Unifil, che a sua volta le consegna all'esercito libanese. Annan ha dichiarato che Israele dovrebbe completare il ritiro delle sue forze dal Libano una volta che 5.000 caschi blu dell’Onu saranno sul terreno, tra la metà e la terza settimana di settembre. La missione Unifil conta attualmente 3.100 uomini, compreso il primo contingente di 880 soldati italiani sbarcati nel fine settimana, che arriveranno ad un migliaio in questi giorni. Duecento soldati francesi sono attesi a Beirut fra sabato e domenica per preparare l'arrivo la settimana prossima di 700 militari con blindati e artiglieria da 155 millimetri.
Nel frattempo gli artificieri cinesi del contingente Onu stanno controllando la collina di Marrakè, dove si insedierà il comando italiano dell’operazione «Leonte». I soldati con la bandiera rossa sulla divisa non lasciano entrare i giornalisti e presentano agli intrusi un foglietto scritto in inglese in cui si spiega che «l’area è altamente pericolosa» a causa delle mine. In realtà non ne hanno trovato neppure una e l’ufficiale che li comanda parla solo per radio spiegando in inglese impeccabile che la stampa «non può entrare, non può scattare fotografie e non può chiedere dichiarazioni».