Israele volò con i sei giorni del falco

Fu la guerra lampo del giugno 1967 a dare inizio alla scalata al potere
di Menachem Begin Il quale vinse puntando sullo spirito nazionalistico
guadagnandosi l’appoggio dei giovani

Nel maggio 1977, dieci anni dopo la conclusione vittoriosa della cosiddetta «Guerra dei sei giorni», la storia politica di Israele subì una svolta fondamentale. Le elezioni portarono al potere il leader del partito di destra, Menachem Begin, il quale formò un governo che interruppe un trentennio di egemonia laburista. Il suo partito, il Likud, nato nel ’73, come accertarono studi statistici e politologici, era stato votato soprattutto dalle più giovani generazioni. Il successo di Begin e del suo partito, destinato a inaugurare una nuova egemonia che - soprattutto su alcuni temi come quello dei confini dello Stato - dura tuttora, non era dovuto soltanto agli effetti della guerra vittoriosa o alle polemiche, giuste o sbagliate che fossero, che avevano investito i laburisti e ne avevano messo in crisi l’immagine. Era anche, quel successo, il frutto dell’emergere di un filone intellettuale e ideologico le cui radici affondavano lontano nel tempo.
Begin, infatti, non era un uomo politico «nuovo». Nato a Brest-Litovsk nel 1913, aveva ben presto deciso di dedicarsi all’attività sionista a tempo pieno e nel 1944, da poco giunto in Palestina con l’armata polacca, aveva guidato - alla testa dell’Irgun, un gruppo militare considerato dagli inglesi terrorista - la rivolta ebraica contro i britannici. Era guidato da una convinzione precisa, che si riallacciava a una visione romantica della libertà quale si era realizzata con le rivoluzioni francese e americana e che aveva ispirato gran parte del cosiddetto risveglio delle nazionalità del secolo XIX. La sollevazione ebraica, in questa ottica, era percepita da lui come una combinazione fra il destino degli ebrei nella storia e le leggi della rivolta. In un suo bel saggio dal titolo I mastini della terra. La destra israeliana dalle origini all’egemonia (I libri di Icaro, Lecce, pagg. 404, euro 13), arricchito da una presentazione di Sergio Romano, un giovane studioso del sionismo, Paolo Di Motoli fa notare come nel pensiero di Begin confluissero diversi motivi derivati dal nazionalismo europeo (in particolare polacco, italiano e ceco) e come vi si fondessero «i valori romantico-messianici del XIX secolo con i valori “oscuri” del nazionalismo integrale».
Padre ispiratore di Begin, e quindi del Likud, era stato un personaggio poliedrico, Vladimir Zeev Jabotinski, un agitatore politico e nazionalista fervente, profondamente anticomunista, che nel 1925 aveva elaborato la piattaforma programmatica del cosiddetto «sionismo revisionista» che postulava la necessità di una «revisione» della politica del movimento sionista, allora guidato da Chaim Weizmann. In sostanza, egli sosteneva che si dovesse recuperare lo spirito originario del profeta del sionismo, Theodor Herzl il quale, a suo parere, era stato «tradito» proprio da Weizmann. E che Herzl e Weizmann esprimessero due visioni diverse, pur nell’ambito di un medesimo orizzonte politico, è, a ben vedere, ovvio se solo si consideri il fatto che la prima si era sviluppata nel clima del liberalismo nazionale austro-ungarico, mentre la seconda portava in sé i geni di un liberalismo progressista di matrice britannica.
Proprio Weizmann sarebbe stato, nel 1948, il primo presidente di quello Stato di Israele che Jabotinsky non fece in tempo a vedere, essendo morto nel 1940. E, per alcuni decenni, appunto fino alla «svolta» rappresentata dalla «Guerra dei sei giorni», Israele parve realizzare in concreto, dal punto di vista politico-istituzionale, ma anche dal punto di vista economico-sociale, un originale e sorprendente esperimento lib-lab. Ma alla creazione dello Stato di Israele avevano contribuito anche gli eredi di Jabotinsky, in particolare Begin proprio con le attività di guerriglia dell’Irgun. Una volta costituito lo Stato di Israele, Begin continuò a portare avanti le sue idee che, recuperando le tesi di Jabotinsky e il suo stesso militarismo intriso di tradizionalismo, postulavano l’aspirazione a un «Grande Israele» esteso sulle due rive del Giordano. Lo fece attraverso la lotta politica e i partiti di cui fu creatore o animatore. Il primo, da lui creato nel 1948 subito dopo la proclamazione dello Stato dalle ceneri dell’Irgun, si chiamò Herut, ovvero il partito della libertà. All’interno del mondo ebraico progressista quella formazione politica non piacque e destò preoccupazioni per il suo radicalismo. Al punto che, quando Begin decise di effettuare una visita negli Stati Uniti per presentare il suo partito, il New York Times pubblicò una lettera firmata da autorevoli personalità del mondo ebraico, come Albert Einstein e Hannah Arendt, che non esitava a definire l’Herut «un movimento politico vicino nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nel profilo sociale ai partiti nazisti e fascisti».
Naturalmente non era vero, ma l’Herut faticò a trovare una sua legittimazione politica. In seguito, alla metà degli anni Sessanta, dalla sua fusione con i nazional-liberali, nacque un’altra formazione politica che assunse il nome di Gahal, un acronimo per indicare il blocco Herut-liberali. Infine, negli anni Settanta, venne fondato da Begin insieme con Ariel Sharon il Likud, protagonista della svolta politica del 1977.
Si trattò di una svolta che, mettendo in un canto l’egemonia laburista, ha finito per caratterizzare gli avvenimenti successivi di Israele fino ai nostri giorni. Lo studio di Paolo Di Motoli, equilibrato e ben documentato, contribuisce a chiarire come la destra israeliana abbia un ben definito e definibile albero genealogico dove si ritrovano insieme, fra gli altri, Jabotinsky, Begin, Shamir, Netanyahu. Un albero genealogico che ha alle sue origini gli ideali romantici di popolo, terra e sangue, tipici del nazionalismo quale si sviluppò nell’Europa centrale e orientale: un nazionalismo, per usare le parole del grande storico Zeev Sternhell, «volkista, culturale, religioso e immerso nel culto di un passato eroico». Un nazionalismo, insomma, i cui seguaci, ben a ragione, per la loro strenua difesa di Erez Israel, possono essere definiti «i mastini della terra».