Israele al voto il 28 marzo Raid aerei sul Sud Libano

Gian Micalessin

Certo ai sondaggi non bisogna mai credere troppo. Soprattutto se la data delle elezioni s’allontana anziché avvicinarsi. Il compromesso deciso dal presidente Moshe Katsav per risolvere le incertezze procedurali sullo scioglimento della Knesset le ha infatti nuovamente retrocesse al 28 marzo. Indipendentemente dalla loro tenuta nel tempo i rilevamenti effettuati dai maggiori quotidiani israeliani all’indomani dell’uscita di Ariel Sharon dal Likud sembrano, però, dar ragione al grande transfuga. Se si votasse oggi il premier si ritroverebbe alla testa di oltre trenta parlamentari. Con loro - oltre a guidare la maggior formazione della Knesset - potrebbe dar vita ad una maggioranza forte di 70 voti su 120. Il Likud sperimenterebbe invece l’onta della retrocessione da prima a terza formazione con un numero di seggi oscillante tra 12 e 15 contro i 42 di oggi.
Nonostante il clima preelettorale Sharon non può permettersi di trascurare la tensione al confine settentrionale dove - lunedì - gli hezbollah hanno lanciato la più massiccia incursione degli ultimi cinque anni. Israele ha risposto ieri mattina con una serie di raid aerei sul Sud del Libano. Un’altra serie di misure potrebbero venir decise nel Gabinetto di Sicurezza convocato dal premier per ieri notte. I problemi della sicurezza non sono comunque un’incognita per un premier considerato uno specialista nel risolverli.
Per ora quindi per ora il vecchio Arik gongola e non degna di risposte il rivale Benjamin Netanyahu che lo definisce “dittatore”. Pensa, invece, al terzo mandato da primo ministro. Un mandato da dedicare, come anticipa il suo fido vice Ehud Olmert, ai negoziati per la definizione di confini permanenti tra Israele e il futuro stato palestinese. Definizione da raggiungere, sottolinea Olmert, utilizzando i negoziati della Road Map e non più mosse unilaterali come il ritiro da Gaza.
Non è andata pienamente in porto, invece, la manovra con cui Sharon puntava a ottenere da Moshe Katsav lo scioglimento della Knesset con decreto presidenziale. La procedura gli avrebbe garantito l’immediato dissolvimento del Parlamento e la fissazione del voto entro novanta giorni. La data del 6 marzo avrebbe consentito al premier di sfruttare al meglio la popolarità garantitagli dall’addio al Likud. In attesa del voto avrebbe, inoltre, potuto nominare e licenziare ministri senza dover chiedere l’assenso parlamentare. Nel pomeriggio di lunedì la Knesset aveva però votato una legge per l’avvio dell’autoscioglimento. Di fronte al rischio di un conflitto istituzionale il presidente aveva congelato tutto. Ieri ha scelto la strada del compromesso garantendo la data del 28 marzo per le elezioni, ma lasciando al premier le prerogative sulla nomina dei ministri garantitegli dal decreto presidenziale. Da qui alle elezioni Sharon potrà dunque manovrare a piacimento licenziando i nemici del Likud e nominando le personalità più consone ai suoi piani.
Arik e i suoi non hanno invece ancora deciso il nome definitivo del nuovo partito. Dopo aver buttato nel cestino quello di «Responsabilità nazionale» scelto provvisoriamente lunedì il leader e i suoi consiglieri sembravano concordare su Kadima, parola ebraica che in italiano suona come «Avanti». Quell’unica incertezza è ben poca cosa rispetto all’incognita esistenziale che attanaglia il Likud senza più leader. I pretendenti alla poltrona del transfuga sono almeno sei e tra loro si contano oltre a Netanyahu calibri da novanta come il ministro della Difesa Shaul Mofaz e quello degli Esteri Sylvan Shalom. La competizione rischia di infliggere al malandato partito un’altra pericolosa paralisi interna. Chiunque la spunti dovrà, inoltre, far a meno del milione e mezzo di euro garantiti a Sharon dalla legge che impone la divisione dei finanziamenti pubblici con le formazioni scissioniste forti di un terzo dei deputati.