Israele vuole la pace con la Siria ma prepara la guerra

Olmert è pronto a negoziare, però preoccupano i movimenti ai confini: allertati gli 007

Desideriamo la pace, ma siamo pronti alla guerra. Sulla Siria, sulla possibilità di un negoziato e sui rischi di un nuovo conflitto Ehud Olmert la pensa così. Il ricordo della scorsa estate, dell’imprevisto e devastante incendio capace in 34 giorni di metter a nudo le impreparazioni dell’esercito e le inadeguatezze di generali e politici brucia ancora. Nel dubbio il premier riunisce il Gabinetto di Sicurezza, affronta la situazione, misura i venti di guerra che soffiano sul Golan e al confine siriano-libanese. Ehud Olmert non vuole ripetere gli errori di un anno fa, non vuole farsi sorprendere dagli eventi, non vuole ritrovarsi costretto a decidere alla giornata. Si dice persuaso della necessità di aprire un negoziato con Bashar Assad, garantisce di volerci provare non appena riceverà il via libera dagli americani, ma intanto ascolta e valuta le considerazioni dell’Intelligence militare e del Mossad, allestisce il ristretto gabinetto di 11 ministri con cui concordare le decisioni strategiche in caso di conflitto. «Israele - ripete il primo ministro - non vuole una guerra con la Siria, ma dobbiamo evitare errori di calcolo che possono portare a un deterioramento della sicurezza». La sindrome dell’errore, la paura di una valutazione affrettata capace di condurre all’apocalisse contagia, insomma, anche il primo ministro.
All’origine di tutto vi sono i rapporti sulle attività dell’esercito siriano lungo la frontiera del Golan, le alture conquistate quarant’anni fa e assimilate ai territori israeliani nel 1981. Secondo quei rapporti - presentati ieri al Gabinetto di Sicurezza - l’esercito di Damasco ha rafforzato tutte le unità al confine dotandole di nuovi sistemi anticarro e antiaereo acquistati dalla Russia, ha eseguito importanti lavori di fortificazione, ha moltiplicato i missili di grosso calibro dispiegando le stesse testate utilizzate da Hezbollah per colpire Haifa. Non a caso il capo di stato maggiore Gabi Ashkenazi, seduto pure lui al tavolo del Gabinetto di Sicurezza, è appena rientrato dalle grandi manovre del Negev dedicate agli scenari della possibile nuova guerra. Primo fra tutti la simulata rioccupazione di un gruppo di rovine simili a quei villaggi fantasma disseminati sul fronte del Golan, dove secondo i rapporti d’intelligence sarebbero state introdotte le stesse fortificazioni adottate da Hezbollah.
Il problema vero è però l’interpretazione dei rapporti d’intelligence. Secondo il generale Amos Yadlin, capo dei servizi d’informazione dell’esercito, il presidente siriano Bashar Assad non ha alcuna intenzione di imbarcarsi in una guerra con Israele, ma la situazione di tensione e allerta può degenerare in scontro aperto dando vita ad un conflitto imprevisto. Gli analisti militari considerano anche l’ipotesi di una strategia concordata con Teheran per rappresaglie sul fronte israeliano in risposta a raid americani sulle installazioni nucleari iraniane. Le analisi dei servizi di sicurezza dell’esercito si scontrano con le valutazioni del Mossad. Secondo il servizio segreto guidato dal «falco» Meir Dagan, le profferte negoziali della Siria sono posizioni di facciata assunte per migliorare l’immagine di un regime accusato di aver orchestrato l’omicidio dell’ex premier libanese Hariri, di favorire l’infiltrazione di Al Qaida in Irak e di puntare, d’intesa con l’Iran, alla destabilizzazione del Libano. I generali di Bashar Assad, secondo un’interpretazione del Mossad, punterebbero ad una limitata rioccupazione del Golan seguita da un cessate il fuoco e da una trattativa internazionale sulle alture occupate da Israele.
La calda estate del 2006 ha però insegnato ai politici israeliani che in guerra non esistono sfere di cristallo. «L’esercito deve esser pronto su tutti i fronti, indipendentemente dalle previsioni d’intelligence – avverte il ministro della difesa Amir Peretz - ma dobbiamo anche trasmettere il concetto che preparazione e manovre sono solo routine e non riflettono l’intenzione di attaccare, non dobbiamo rinunciare all’opportunità di avviare un negoziato con la Siria capace di ribaltare la situazione su tutti i fronti».