Gli israeliani dicono sì al dialogo con Hamas

Shimon Peres: resteremo partner dell’Anp se gli integralisti rinunceranno all’obiettivo di distruggere il nostro Paese

Roberto Fabbri

La maggioranza degli israeliani, nonostante lo choc per la vittoria di Hamas, sarebbe disponibile all’apertura di un dialogo con un governo palestinese guidato dalla formazione estremista. Lo rivelano due sorprendenti sondaggi pubblicati dai due principali quotidiani israeliani, che dimostrano che l’esperienza fatta con Yasser Arafat (passato pur con molte ambiguità dal ruolo di capo terrorista a quello di statista) permette alla pragmatica opinione pubblica di Israele di far passare in secondo piano le responsabilità di Hamas nell’uccisione di cinquecento civili innocenti nello Stato ebraico.
Il sondaggio pubblicato da Maariv indica che il 40 per cento degli interpellati pensa che Israele dovrebbe trattare con Hamas qualora rinunciasse all’obiettivo della distruzione dello Stato ebraico; un 27 per cento pensa invece che i negoziati debbano svolgersi senza condizioni e sulla base della road map; all’estremo opposto, il 29 per cento preferirebbe l’interruzione dei negoziati e la ripresa degli «omicidi mirati».
Yediot Ahronot, più semplicemente, ha chiesto invece di dichiararsi favorevoli o contrari a negoziati con Hamas: il 48 per cento ha risposto di sì, contro un 43 per cento di contrari.
Venendo all’ambito politico, Shimon Peres (storico leader laburista israeliano recentemente confluito nei ranghi di Kadima, il partito neocentrista fondato dal suo avversario di sempre Ariel Sharon prima di cadere gravemente ammalato) ha detto ieri che dopo la vittoria clamorosa di Hamas alle elezioni, Israele non abbandona la ricerca di una giusta pace con i palestinesi, ma resta partner dell’Anp. «Se ci attaccheranno ci difenderemo. Ma se proporranno trattative, andremo ai negoziati», ha detto Peres. Naturalmente, ha precisato, Hamas dovrà meritarsi la mano tesa israeliana. Come primo passo riconoscendo lo Stato ebraico, e poi con un serio atteggiamento di disponibilità al compromesso. «Resto convinto anche adesso - ha detto l’ottuagenario dirigente politico - che l’ottanta per cento dei palestinesi sono interessati alla pace, alla fine delle violenze».
Israele non vuole dunque chiudere necessariamente la porta in faccia a Hamas, ma pone precise condizioni. E ha già cominciato a tessere una rete diplomatica nel tentativo di ottenere pressioni internazionali sui futuri governanti della Palestina. Ieri il capo del governo Ehud Olmert ha ribadito la sua idea: la comunità internazionale deve collaborare per convincere Hamas a disarmare e a eliminare dai suoi obiettivi quello della distruzione di Israele. Olmert ha avuto colloqui telefonici con il presidente egiziano Hosni Mubarak e con il re della Giordania Abdallah II, capi di Stato degli unici Paesi arabi che intrattengono relazioni diplomatiche con Israele. A loro ha espresso la preoccupazione del suo governo per la svolta politica determinata dal voto palestinese, chiedendo sostegno alla sua pressante richiesta affinché Hamas rinunci alla linea della violenza.
Mubarak, in particolare, ha assicurato a Olmert che affronterà l’argomento con la dirigenza palestinese la prossima settimana. E ovviamente non perderà l’occasione per insistere sul tema anche la ministra degli Esteri israeliana Tzipi Livni, che visiterà il Cairo mercoledì primo febbraio. La Livni, conosciuta per la chiarezza delle sue opinioni e per la durezza del suo linguaggio, rappresenta nel governo Olmert la voce dell’intransigenza. In una conferenza stampa tenuta a Tel Aviv, il capo della diplomazia di Israele ha detto che con il trionfo alle elezioni di Hamas i palestinesi hanno «chiuso la finestra di opportunità per il dialogo» che era stata aperta nello scorso agosto da Ariel Sharon con il contestato ritiro unilaterale israeliano dalla Striscia di Gaza.
La ministra, che è una stella in ascesa nel firmamento politico dello Stato ebraico, ha nuovamente invitato la comunità internazionale a non legittimare un governo palestinese guidato dagli estremisti di Hamas. Un regolare processo elettorale, ha osservato, «non può fare da lavatrice ai gruppi terroristici».