Gli israeliani fermano a Nablus un baby kamikaze

Le Brigate Al Aqsa: «Si è offerto spontaneamente ma non abbiamo accettato»

Gian Micalessin

È successo ancora una volta a Nablus. Qui nella primavera del 2004 l'esercito israeliano e lo Shin Bet fermarono una piccola pattuglia di kamikaze in erba, ragazzini dai 12 ai 15 anni convinti da uomini senza scrupoli a immolarsi contro obbiettivi in territorio israeliano. Ieri ne hanno fermato un altro. Ma questa volta la storia è perfino più sporca e ributtante.
Il ragazzino, di soli 14 anni, sarebbe stato ricattato e costretto contro la sua volontà a trasformarsi in kamikaze. L'alternativa era essere ucciso seduta stante per mano di due esponenti della sicurezza dell'Autorità Palestinese trasformatisi nei suoi mentori e nei suoi aguzzini. Il recalcitrante attentatore in erba era già stato fotografato con un kalashnikov in braccio e aveva già dettato davanti ad una telecamera le sue ultime volontà. Ora doveva solo portare a termine la missione assegnatagli, raggiungere il territorio israeliano e cercare di farsi saltare in mezzo alla folla.
Gli uomini dei servizi di sicurezza israeliani sono arrivati sulle sue tracce forse grazie ad una segnalazione del padre. I mandanti del terrore avrebbero approfittato di uno screzio familiare per sottrarre l'adolescente al controllo dei genitori, accusarlo di un furto e convincerlo a trasformarsi in un attentatore suicida. Negli interrogatori il ragazzino ha raccontato di esser entrato in contatto con i suoi spregiudicati mentori dopo un litigio con il padre e la fuga da casa. Rabia Abu Leil, un militante dei Tanzim ricercato dagli israeliani gli avrebbe chiesto di scegliere se immolarsi in un attentato suicida o venir ammazzato e dipinto poi come un collaborazionista. Lui per cavarsela ha prima raccontato di essere figlio unico, e si è poi finto analfabeta e incapace di scrivere il testamento. Ma non è servito a nulla. Poco dopo in seguito all'intervento e agli ordini di Jamal Tirawi, un dirigente di Tanzim ed esponente dell'intelligence dell'Anp, il ragazzino sarebbe stato costretto a farsi fotografare con un kalashnikov in mano e a recitare davanti ad una telecamera le sue ultime volontà
Dunque il raccapricciante coinvolgimento dell'adolescente sarebbe stato deciso e organizzato non da militanti fondamentalisti, ma da esponenti di quella stessa Autorità Palestinese il cui presidente palestinese Mahmoud Abbas ha concordato una tregua con tutte le formazioni armate.
Ma ieri pomeriggio Jamal Tirawi ha smentito la versione dei soldati dello Stato ebraico. Il responsabile ha spiegato che il ragazzo, Salah al Jitan, ha in realtà 17 anni e si è presentato spontaneamente alle Brigate dei Martiri di al Aqsa per realizzare un attacco kamikaze. Il gruppo avrebbe però respinto l'offerta, perché Salah al Jitan è figlio unico. «Gli israeliani sono dei bugiardi», ha accusato Tirawi.
Assieme al ragazzino kamikaze sono stati fermati altri sei ricercati palestinesi, tra cui un attentatore in fuga fin dagli anni ’90.
A Gaza continuano intanto i rapimenti di giornalisti occidentali da parte di fazioni legate ai gruppi armati. Gli ultimi a venire sequestrati ieri pomeriggio sono l'americano Dion Nissenbaum, corrispondente di Knights Ridder, una catena di giornali locali statunitensi, e il fotografo britannico Adam Pletts, che si trovava con lui.
I due giornalisti sono stati rapiti da uomini armati e mascherati mentre erano a bordo di una macchina con il loro interprete lungo una strada costiera di Gaza. Secondo alcuni testimoni sono stati spinti con la forza in un'automobile ripartita poi a tutta velocità. L'interprete palestinese Ziad Abu Mustafa è stato lasciato andare.
L’Autorità palestinese ha subito avviato le trattative per ottenere la liberazione dei due uomini. E a tarda sera i due reporter sono stati rilasciati. Come nel caso che a settembre vide protagonista l'inviato del Corriere della Sera Lorenzo Cremonesi, gli autori dei sequestri di Gaza sono esponenti dei gruppi armati pronti a utilizzare ostaggi occidentali per strappare concessioni all'Anp. Anche questa volta i sequestratori sarebbero militanti delle Brigate Martiri al Aqsa, la fazione armata del partito Fatah a cui appartiene anche il presidente Mahmoud Abbas.