Istanbul, un fiasco la protesta contro il Papa

Marta Ottaviani

da Istanbul

Molto rumore per nulla. La manifestazione del Saadet Partisi, il Partito islamico della Felicità, contro l’arrivo di Papa Benedetto XVI domani in Turchia è stata un autentico fiasco, anche se molto folcloristico. Al posto del milione di musulmani pronosticato dagli organizzatori alla vigilia, si sono presentate solo poche migliaia di fanatici. Il raduno contro Papa Ratzinger è iniziato intorno alle 11 a Çaglayan, un quartiere nella zona europea della città non lontano dal centro direzionale di 4 Levent. La polizia non ha ancora reso note le cifre ufficiali, ma le prime stime parlano di 10-15mila persone. Se si vuole fare gli ottimisti 20mila. Pochine per quella che doveva essere la grande risposta islamica alla venuta di Ratzinger.
Uomini e donne erano divisi dal cordone di forze dell’ordine del Coordinamento dei giovani del Partito. Quasi tutte le partecipanti di sesso femminile erano velate, ma con una grinta da fare invidia a un ultrà da stadio. E, mediamente, non è certo una buona notizia, l’età dei presenti era piuttosto bassa. Tanti i manifesti di protesta, quasi tutti in inglese. Ecco alcune delle scritte: «Gesù non era il figlio di Dio, ma il profeta dell’Islam», «Non è possibile essere felici senza l’Islam» e «Combattiamo contro l’alleanza cristiano-ortodossa». Altre cercavano di essere sarcastiche, una su tutte: «Le Crociate? Una pacifica passeggiata».
Senza contare la lezione di storia: «Dal 1453 Istanbul non è più Costantinopoli» e le domande di principio «Perché noi riconosciamo Gesù Cristo e loro non riconoscono Maometto?». Presenti anche alcune immagini offensive del Pontefice e del Patriarca greco-ortodosso Bartolomeo I.
Irriverenti i cori e discorsi pronunciati. Molti gli slogan contro gli Stati Uniti e Israele. I partecipanti hanno urlato più volte anche «Papa non mettere piede in Turchia», che poi era il titolo della manifestazione. Molti attivisti passavano fra la gente e raccoglievano firme per chiedere al governo di non far entrare Benedetto XVI nell’edificio di Santa Sofia, ex basilica, ex moschea, oggi museo.
Dal palco, montato nel centro della Çaglayan Meydani, hanno parlato esponenti locali e nazionali del Partito islamico della Felicità. Recai Kutan, presidente nazionale del movimento, ha definito il Papa un ignorante per aver insultato il Profeta a Ratisbona e gli ha mandato a dire di non mettere piede in Turchia perché il Paese non lo vuole. In video conferenza è intervenuto anche Necmettin Erbakan, il leader storico della destra islamica turca, che ha chiesto a tutti i musulmani di unirsi contro il Papa che vuole conquistare nuovamente Bisanzio.
Per il resto sembrava quasi una kermesse pre-elettorale. E se si pensa che il 4 novembre dell’anno prossimo qui ci sono le elezioni politiche e che il Saadet Partisi punta a superare il 2,5% che detiene attualmente, viene quasi da dire che la visita del Papa serva a fargli un po’ di pubblicità. Come i vari gadget in vendita durante la manifestazione di protesta: dalle fasce verdi modello Jihad islamica alle salviettine profumate con il logo del Partito. Chi non ha bisogno di questi mezzi sono i Lupi Grigi, che hanno annunciato per giovedì prossimo una nuova dimostrazione antipapale vicino a santa Sofia, che giorni fa avevano occupato simbolicamente. Fonti provenienti dalla polizia di Istanbul hanno fatto sapere che il permesso potrebbe essere negato.
Mustafa avrà poco più di 10 anni. È uno dei tanti bambini che in una gelida domenica di fine novembre ha preferito urlare contro il Papa anziché passare la giornata giocando, come i suoi coetanei. Si avvicina e mi chiede di tradurre il manifesto che porta con tanto orgoglio sul petto, perché è in inglese e lui l’inglese non lo conosce. Io gli dico che sul quel cartello c’è scritto che il mondo si deve inchinare davanti all’Islam. Poi domando come faccia a esporre un manifesto di cui ignora il significato e chi glielo abbia dato. «L’ho preso io - ribatte, con la voce di chi vuole fare l’uomo - perché devo manifestare contro il Papa». E se ne va, senza darmi altre risposte. Perché forse non le ha nemmeno lui.