Istantanee seppiate della Roma che fu

«L’ascensore al Pincio», dello storico della politica e dell’economia Gaspare De Caro, è un elegante ricamo di ricordi

Un libro da leggere parola per parola. Con la matita in mano, per sottolineare tutte le righe. O col dito sulla riga, per non lasciarsi scappare, col filo, l’ironia cucita stretta sul ricamo delle espressioni: il «nomadismo di affitti non onorati» e «l’austerità di timballi di riso insapori e incolori come un inno sacro di Manzoni». L’euforia di momenti storici salutati dall’entusiasmo dell’ora e poi messi da parte nei risvolti delle frasi: tra «un’utopia catastrofica come ogni benintenzionata utopia», e una cancellata su cui, «il 25 luglio, era passata la Storia in veste di popolo picconatore, furiosamente e gioiosamente, come se la cosa dovesse finire lì». I pensieri accarezzati a lungo e infine lasciati cadere alla leggera nella filigrana delle pagine, e nelle pieghe della rilegatura che le tiene assieme: il pensiero della «banalità dell’eroismo» per esempio, «che ne annulla la percezione, come la banalità del male autoassolve gli assassini».
A ricamare sui propri ricordi, segnando intimamente a punto croce la trama degli anni cruciali del Ventennio e della guerra, è Gaspare De Caro. Che confeziona con L’ascensore al Pincio (Quodlibet, pagg. 72, euro 11) la veste del proprio scintillante debutto narrativo. Il debutto è tardivo per il 76enne romano, storico della politica e dell’economia. Ma la stoffa è, quanto più stagionata, tanto più pregiata. Sia per il materiale elaborato in tessitura: raccolto in una stagione drammatica - teatralmente grottesca nella regia di De Caro - della storia d’Italia. Sia per l’abilità del narratore che, svolgendo il tessuto, lo dispiega per dar da godere agli occhi e al tatto. Così, ecco il pezzo di lardo - «largo, robusto, roseo, fragrante» - caduto giù in una notte di Natale nera di fame dal davanzale del piano di sopra «come dal cielo la manna dell’Esodo». O il pesco smilzo - «capace di splendidi frutti: grandi, carnosi, di molto profumo e sapore» - sbocciato da un osso buttato per caso dalla stessa mano divina. Ecco «le pitonesse e i taumaturghi» che attecchivano nell’humus romano fertile di «stralunati esoterismi», di «religiosità autogestita» coltivata per i delusi «dalle offerte del mercato teurgico autorizzato».
Ecco soprattutto la sfilata dei personaggi che allestivano il loro spettacolo al Pincio. Lassù, «sullo scorcio degli anni Venti», si apriva «un osservatorio di prima fila: scuola accelerata di usi e possibilità urbane». E si esibiva tutto il campionario umano e sociale del primo dopoguerra: il gelataro «o caldarrostaro, secondo stagione», il bruscolinaro e il castagnacciaro. «I francesi acquartierati a Villa Medici», gli inglesi, «i russi bianchi, rancorosi testimoni dell’inaudito». Alle quinte di tanta pièce conduceva il padre dello scrittore: lift boy neanche ventenne dell’ascensore che portava «i romani più renitenti alle salite» da piazza di Spagna al parco. «L’ascensore al Pincio non era il modo più lungimirante di guadagnarsi la vita», concede il figlio. E intanto volge indietro un lungo sguardo a rimirare quel ragazzo anni Venti che, banale come un eroe, è l’anima del suo racconto. Abbraccia, in rapsodia di flash back, il lungo arco teso dalla giovinezza paterna al proprio personale «giorno del giudizio«. Il giorno crudele in cui, bambino, imparò «chi è un giudice». Seppe «a chi storia e provvidenza danno mandato di sciogliere e di legare». E apprese «il significato della parola sadismo».
La scena dell’incontro con Arturo B., consigliere della Corte d’appello, è gag che vale tutto il romanzo: scena madre della fine dell’infanzia, rubata, con il tesoro nascosto in un puerile salvadanaio, dalle grinfie di un alto magistrato tra «i più sanguinari».