Istat: i conti di Berlusconierano a posto: deficit in caloPiù entrate e meno spese

Il premier porta in dote i risultati degli altri. Deve il bilancio in ripresa agli effetti delle manovre del Cavaliere e Tremonti

Roma - Nella valigetta di Mario Monti, accanto alla manovra autunnale e alla promessa di liberalizzazioni e riforme del mercato del lavoro, ci sono anche dei numeri. Numeri buoni, positivi, passibili di ulteriori miglioramenti. Numeri che il professore di Varese ha ereditato dal Cavaliere di Arcore, e dal suo ministro dell’Economia. I dati, resi noti dall’Istat mentre il presidente del Consiglio varcava i portoni della Cancelleria di Berlino, dicono che il deficit pubblico del 2011 viaggia sulla strada giusta: nel terzo trimestre è sceso ben sotto il limite del 3 per cento, raggiungendo il 2,7 per cento rispetto al Pil. L’avanzo primario, al netto degli interessi corrisposti sul debito pubblico, è salito a oltre 6 miliardi e mezzo di euro, con un miglioramento di oltre 2 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2010. Le entrate, fiscali e non, sono aumentate. Le spese correnti sono diminuite dello 0,4 per cento nel terzo trimestre, e nei primi nove mesi l’incremento è modesto, intorno all’1 per cento.

Sono tutte cifre e tendenze che dimostrano un fatto: il bilancio della Repubblica italiana è saldo, posto sotto controllo dalle manovre a ripetizione targate Berlusconi-Tremonti. Di più: sui conti pubblici devono ancora dispiegarsi gli effetti della manovra di Ferragosto, che non ha fatto in tempo a insistere sul terzo trimestre. Dunque, i conti miglioreranno ancora. Se il deficit dei primi nove mesi è al 4,3 per cento, l’inevitabile buon risultato del quarto trimestre sicuramente porta il rapporto indebitamento-Pil sotto il 4 per cento a fine 2011. I dati conclusivi si conosceranno fra un paio di mesi, ma in una recente intervista Giulio Tremonti (nella foto) ha detto di aspettarsi una cifra finale migliore delle previsioni ufficiali del 3,8 per cento. La strada per il pareggio di bilancio nel 2013 è stata dunque imboccata.

Il rapporto deficit-Pil del 2,7 per cento è non soltanto in decisa riduzione rispetto a quello dello stesso periodo 2010 (era del 3,5 per cento), ma rappresenta anche il miglior risultato dal 2008 ad oggi. Lo stesso vale per il deficit dei primi nove mesi. E nonostante il momento difficile dell’economia reale, hanno continuato a crescere le entrate correnti, comprese quelle delle imposte - in particolare le indirette, come l’Iva - e compresi i contributi sociali. Sono diminuite le spese per gli stipendi del pubblico impiego e per gli investimenti; sono purtroppo aumentate notevolmente quelle relative agli interessi su Bot, Btp ed altri titoli dello Stato.

Non sono questi i primi numeri «buoni» della finanza pubblica, resi noti in questo scorcio di gennaio. Anche il fabbisogno di cassa dello Stato ha visto un evidente miglioramento nel 2011. Nessuno, neppure la cancelliera Angela Merkel, può negare che l’Italia abbia fatto le cose giuste sul fronte dei conti. Siamo fra i pochi in Europa ad aver raggiunto simili risultati in un anno difficile come il 2011.

Certo, dall’altra parte del tavolo la signora Merkel può sciorinare dati eccezionali. Il disavanzo tedesco 2011 è sceso all’1 per cento dal 4,3 per cento del 2010. E la crescita dell’economia, pur inferiore al record del 3,7 per cento del 2010, ha raggiunto il 3 per cento nonostante l’arretramento dello 0,25 per cento registrato negli ultimi tre mesi. Non così bene andranno le cose quest’anno: persino per la Germania le previsioni parlano di una crescita «anemica», mezzo punto percentuale o giù di lì. Secondo le stime dei tre istituti statistici di Italia, Germania e Francia, l’economia starebbe affrontando in questi mesi una «fase recessiva», per poi registrare un andamento «stagnante» nel secondo trimestre del 2012.

Resta da lavorare, in Italia, sul fronte della spesa. Sono soltanto sette i Paesi europei dove la spesa pubblica è più alta della nostra, in rapporto al Pil. Ma questo è dovuto, per lo più, alle uscite che servono per remunerare il debito pubblico. E si capisce allora quanto possano far male interessi al 7 per cento, come quelli che si pagano da diverse settimane sui titoli decennali. È questo il vero effetto spread.