Istat: Italia fuori dalla crisi ma recupero lento Un italiano su quattro sperimenta la povertà

Mantenuti sotto controllo i conti pubblici. Pressione fiscale diminuita dello 0,6%. Sale l'inflazione, in calo il potere d'acquisto delle famiglie e il tasso di disoccupazione giovanile è alto. Un italiano su 4 sperimenta la povertà. Sacconi: "Il rigore di bilancio è stato accompagnato dalla coesione sociale"

Roma - La recessione, da un punto di vista puramente tecnico, è finita. L’Italia è uscita dalla fase recessiva dell’economia, grazie ad una ripresa che va avanti dall’aprile 2009. Tuttavia, dal punto di vista sociale si fanno sentire le conseguenze evidenti sul mondo del lavoro con un meccanismo di trasmissione a catena che investe le condizioni economiche e sociali delle famiglie. È quanto sottolineano i tecnici dell’Istat, presentando il rapporto annuale 2010. L’Italia, affermano, "ha colto la ripresa anche se in maniera lenta, ovvero meno veloce rispetto a quella degli altri Paesi". Tuttavia, il nostro Paese ha mantenuto sotto controllo i conti pubblici e, nel contesto della crisi, "a differenza di molte economie europee" non ha avuto bisogno "di interventi di salvataggio del sistema finanziario e, nel contempo, ha avuto margini di manovra molto ristretti per attuare politiche anticicliche". 

Sacconi: luci e ombre Quello dell'Istat "è un rapporto con luci e ombre del Paese, che sottolinea la stabilità di finanza pubblica garantita in condizioni non facili", commenta il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. "Il rigore di bilancio - spiega il ministro - è stato accompagnato dalla coesione sociale con la tutela dei redditi di coloro costretti all'inattività, grazie all'uso degli ammortizzatori sociali". Secondo Sacconi "c'è anche il rovescio della Medaglia", perché ci sono "alcune vulnerabilità del Paese, che arrivano dalla situazione degli anni settanta e che richiedono altri cambiamenti. In sostanza deve essere liberato il dinamismo e le misure recenti sono dedicate a questo obiettivo. Tutte le osservazioni, infatti, dicono che la direzione da seguire deve essere quella di maggiori dinamismo e flessibilità".

Bindi: situazione allarmante "L’Istat oggi fotografa una situazione a dir poco allarmante circa la condizione economica e sociale del Paese. Non si tratta in questo caso di una inattendibile, a detta del governo, agenzia di rating ma dell’istituto di statistica che materializza in numeri ciò che gli italiani vivono nel quotidiano". Lo afferma Rosy Bindi, Presidente assemblea nazionale del PD, che prosegue: "La precarietà, la mancanza di misure a sostegno della crescita per il riassorbimento della disoccupazione, la metà delle donne inoccupate, 800 mila donne licenziate perché aspettano un bambino, il 24% delle famiglie a rischio povertà ed esclusione sociale: sono cifre preoccupanti. Questi numeri ci dicono che l’Italia sta peggio, altro che la crisi è alle spalle e che reggiamo meglio degli altri paesi".

Entrando nel dettaglio dell'Istat si scopre che le entrate mostrano un "aumento moderato" dovuto principalmente al recupero delle imposte indirette e in particolare dell’Iva. E "l’aumento del rapporto debito/Pil nel nostro Paese - circa 15 punti percentuali nel triennio (2,9 nel 2010), contro i 18 in Francia e Germania, i 24 in Spagna, gli oltre 35 nel Regno Unito - è derivato quasi esclusivamente dal livello elevato dello stock di debito associato alla contrazione del Pil".

Pressione fiscale La pressione fiscale è invece diminuita dello 0,6%. Ma l’economia del Belpaese è quella che è cresciuta di meno rispetto agli altri paesi europei nell’intero decennio 2001-2010, "con un tasso medio annuo pari allo 0,2%, contro l’1,1% dell’Uem". "Il ritmo di espansione della nostra economia - continua l’Istituto - è stato inferiore di circa la metà a quello medio europeo nel periodo 2001-2007, e il divario si è allargato nel corso della crisi e della ripresa attuale".  Anche i primi dati del 2011 non sono buoni, se paragonati ai nostri "vicini". "Nel primo trimestre in Italia la crescita è stata dello 0,1% su base congiunturale (come già nell’ultimo del 2010) e dell’uno per cento in termini tendenziali, mentre nell’Uem la crescita è stata dello 0,8% su base trimestrale e del 2,5% rispetto ai primi tre mesi del 2010".

Madri in gravidanza licenziate Nel 2008-2009 circa 800.000 madri italiane hanno dichiarato di essere state licenziate o messe in condizioni di doversi dimettere in occasione o a seguito di una gravidanza. Lo rivela il Rapporto Istat 2010, sottolineando che si tratta dell’8,7 per cento delle donne che lavorano o hanno lavorato in passato. A subire più spesso questo trattamento, si legge nel dossier Istat, "non sono e donne delle generazioni più anziane, ma le più giovani (il 13,1% delle madri nate dopo il 1973), le residenti nel Mezzogiorno (10,5) e le donne con un titolo di studio basso (10,4)". Inoltre, solo 4 madri su 10 tra quelle costrette a lasciare il lavoro ha poi ripreso l’attività, ma con valori diversi nel Paese: una su 2 al Nord e solo poco più di una su 5 nel Mezzogiorno.

"I giovani sono i più colpiti dalla crisi" Nel 2010 prosegue in Italia la flessione degli occupati tra 18 e 29 anni, con un calo che è stato cinque volte più elevato rispetto al dato complessivo. Intanto i Neet, giovani che non lavorano e non vanno a scuola, superano quota 2 milioni. Secondo i dati Istat lo scorso anno si è registrata una flessione di 182 mila unità, mentre nel 2009 sono state 300 mila unità). Nel 2010, secondo i dati dell’Istituto, è occupato circa un giovane ogni due nel Nord, meno di tre ogni dieci nel Mezzogiorno. Più nel dettaglio il tasso di occupazione degli uomini 18-29enni è al 59,2 per cento al Nord e al 35,7 nel Mezzogiorno, con il minimo del 30 per cento in Campania e Calabria; quello delle giovani donne è al 47,2 per cento al Nord e al 21,9 nel Mezzogiorno, mentre in Campania e Calabria si colloca intorno al 17 per cento. 

Potere d'acquisto diminuisce Cala il potere d’acquisto delle famiglie le quali per mantenere i consumi hanno eroso i risparmi. È questo un altro dato fornito dall'Istat. In particolare, si legge, "i consumi privati hanno fornito un contributo alla crescita del Pil di sei decimi di punto, mentre è emerso un primo recupero degli investimenti e una ricostituzione importante delle scorte. Negativo, per circa mezzo punto percentuale, è stato invece l’apporto della domanda estera netta". L’Istat segnala che "i consumi delle famiglie, dopo una caduta iniziale più ampia rispetto a altri paesi, dove vi è stato un importante ruolo di sostegno della politica di bilancio, dalla seconda metà del 2009 hanno mantenuto un ritmo di crescita analogo a quello medio dell’Uem, cosicchè il divario apertosi durante la recessione si è stabilizzato". 

Sale l'inflazione L’inflazione continua a crescere e l’accelerata non sembra finire. Lo scorso anno, spiega l’Istituto, "la dinamica dei prezzi al consumo si è progressivamente accentuata, confermando il cambiamento di tendenza che si era delineato nell’autunno del 2009. Dopo la netta accelerazione del primo trimestre la risalita è stata graduale sino a portare il tasso di inflazione all’1,9% a dicembre. Nella media dell’anno l’indice è cresciuto dell’1,5%, sette decimi di punto in più rispetto al 2009". Il dato dell’anno in corso non è roseo se è vero che nei "primi mesi del 2011 tale tendenza ha subito un’ulteriore accelerazione, portando il tasso d’inflazione al 2,6% nel mese di aprile". Secondo l’Istat sull’andamento dell’inflazione hanno influito "gli impulsi sui prezzi delle materie prime e i movimenti del cambio".