«Gli istituti hanno evitato la stretta del credito»

Tirate più volte in ballo durante i lunghi mesi della crisi come principali responsabili dello scarso credito erogato alle imprese, le banche tornano a respingere con fermezza l’accusa. E anche ieri, davanti alla Commissione Finanze della Camera, il presidente dell’Abi, Corrado Faissola, ha respinto ogni addebito, sostenendo anzi che gli istituti di credito hanno evitato una situazione di stretta di credito (credit crunch) nella crisi sopportando un aumento significativo delle sofferenze e mitigando l’incremento della richiosità. Con un «fondamentale contributo (pur se indiretto)» al conto che la recessione ha imposto al Paese.
Per dar forza alle proprie parole, il numero uno dei banchieri si è affidato ai numeri. Considerato che per credit crunch si deve intendere una severa flessione nel tasso di crescita dell’indice di intensità creditizia, ossia del rapporto tra credito e Pil nominale, in Italia questo indice è passato dal +9,1% del primo trimestre 2009 al +1,9% del terzo trimestre dello scorso anno, restando dunque in territorio positivo e al di sopra della soglia (-1%) che il Fmi individua quale limite oltre il quale si può cominciare a parlare di stretta creditizia.
Faissola si è poi soffermato sulla questione delle commissioni bancarie, considerate dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi, ancora poco trasparenti e in alcuni casi più onerose nonostante l’abolizione della commissione di massimo scoperto. Il presidente dell’Abi è tornato a chiedere una concertazione tra i soggetti interessati sui costi delle commissioni bancarie che porti a un regolamento, evitando così l’iter di una nuova legge così come chiesto invece dallo stesso Draghi. E ha quindi ricordato i dati diffusi proprio da Bankitalia che evidenziano come per i conti affidati (principalmente imprese) «ci sia stata una caduta dei costi di circa il 40%» mentre per gli scoperti dei non affidati la situazione è più delicata e variegata come nel caso ad esempio di assegni scoperti».
A Faissola ha però replicato quasi in tempo reale il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, secondo il quale sugli alti costi delle commissioni serve una legge e non basta un regolamento. «La commissione di massimo scoperto - ha detto - è disciplinata per legge. Io credo che serva un’integrazione a quella legge». A chi gli faceva notare che forse l’Abi preferisce un regolamento a una legge vera e propria per poter meglio sfuggire agli adempimenti, il presidente dell’Antitrust si è limitato a dire: «Non voglio essere maligno».