Istituzioni e opposizioni, niente da dichiarare?

(...) In tutto questo, ho aspettato fino a ieri sera un commento, una virgola, una presa di distanza delle istituzioni genovesi e liguri che condannasse la violenza di Roma senza se e senza ma. E che condannasse anche le parole di Giuliano Giuliani, di cui vi racconta il nostro bravissimo Diego Pistacchi, senza se e senza ma.
Ma l’attesa è stata vana. Forse sono un illuso io che - vedendo che i «nostri» emettono comunicati su qualsiasi aspetto dello scibile umano, dalla condanna del governo, al necrologio di qualche oscuro partigiano sparso per l’Italia, alla solidarietà con le donne «insultate da Berlusconi» - pensavo avrebbero fatto a gara a stigmatizzare quello che è successo a Roma. Invece, niente, silenzio assoluto. Tutti zitti. E per leggere una condanna dura e un invito alla sinistra a non mischiarsi con questa roba, è toccato andare sul Secolo XIX ed affidarsi all’ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino.
Peggio, ci è pure capitato di sentire una neopolitica ligure di importazione, la senatrice Barbara Contini, ex governatrice di Nassirya e attualmente governatrice dei finiani della provincia di Genova, mettere per iscritto che «se Berlusconi avesse lasciato, sabato non ci sarebbe stato il caos». A proposito, la senatrice Contini è descritta come una dei grandi sponsor della candidatura a sindaco del senatore Musso, come lei autorevole esponente del Terzo Polo: caro Enrico, sei d’accordo? Niente da dichiarare? O voi dell’Altra Genova condividete le parole della Contini, come fanno Fabio Granata e Giorgio Conte, altri due esponenti di Fli, l’unico partito che appoggia ufficialmente la candidatura di Musso sindaco?
Ma se le istituzioni, la sinistra e il Terzo Polo fanno piangere, non è che il centrodestra faccia sorridere. Tutt’altro. Forse troppo impegnati in discussioni sul tesseramento e su altri ameni argomenti non guardano fuori dalla finestra. Non accendono nemmeno la televisione. Tutti zitti pure loro.
Quasi tutti. E già che ci siamo, citiamo volentieri le poche eccezioni al silenzio. A partire da uno che c’è, c’è sempre: Matteo Rosso, capogruppo Pdl in Regione che ha chiamato in redazione per esprimere tutta la sua indignazione per le violenze di sabato e per l’acquiescenza di chi non ha avuto nemmeno il coraggio di dire due parole di condanna. Un altro che c’è sempre è Gianni Bernabò Brea, consigliere de La Destra nel gruppo misto nel consiglio comunale di Genova, che ha immediatamente scritto un’interrogazione a risposta immediata e vedremo oggi a Tursi se avrà diritto ad avere una risposta. E il terzo onnipresente è il responsabile sicurezza regionale del Pdl Gianni Plinio che ha chiesto la chiusura dei centri sociali violenti anche a Genova. Ma, fin qui, siamo ai soliti noti. Quelli che non hanno mai paura di parlare. Quelli che si fanno sentire anche quando non c’è da solidarizzare con qualche sciopero che blocca tutta la città. Quelli che esistono anche per gli elettori normali, non solo per ministri, ex ministri e sottosegretari.
Poi, mi fa piacere citare altri due «politici» che si sono fatti sentire per denunciare l’intollerabilità di quello che è successo a Roma. Uno è Eraldo Ciangherotti, assessore ai Servizi Sociali del Comune di Albenga, persona perbene e di cuore, per cui parla il suo impegno nel volontariato: «Se gli indignati sono questi figli di papà, mantenuti e parassiti, c’è da ringraziare Dio per non far parte di questa setta di delinquenti, che dovrebbero finire in galera e basta». L’altro è Mario Troviso, segretario provinciale di Forza Nuova, con cui spessissimo siamo in disaccordo, ma che ha la forza di chiamare «criminali» i «criminali». E che, pur condividendo la lotta dei lavoratori di Fincantieri, è stato l’unico (l’unico!) a mettere nero su bianco «la severa condanna per l’aggressione della giornalista Monica Giandotti e della troupe di Retequattro ai quali stavano dedicando spazio nel corso della trasmissione “La versione di Banfi“. Non certo con la violenza si risolvono i problemi della cantieristica genovese, ma con il dialogo fra i rappresentanti dei lavoratori, le istituzioni e l’amministratore di Fincantieri Giuseppe Bono».
Non sono parole rivoluzionarie, quelle di Troviso. Quello che è surreale è che in questa città suonano rivoluzionarie.