Istria, l’Italia presenta il conto alla Croazia

Stilato un elenco di tremila beni da restituire agli esuli: ci sono terreni, aziende agricole, alberghi, abitazioni, fabbriche e cantieri

Fausto Biloslavo

Gli esuli italiani dovrebbero avere indietro dalla Croazia circa due-tremila beni che sono stati costretti ad abbandonare a causa delle violenze e dei soprusi del regime comunista di Tito, dopo la fine della seconda guerra mondiale. Sono questi i numeri del governo italiano che lo stesso ministro per i Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi, illustra nell’intervista al Giornale. Ma le stime degli esuli, che riguardano l’ex Zona B, quindi solo una fetta dell’Istria, sono più alte.
Secondo Massimiliano Lacota, giovane presidente dell’Unione degli istriani, la forte associazione degli esuli con sede a Trieste, «il totale degli immobili da restituire, solo nella Zona B, erano 4560 al momento del subentro di Slovenia e Croazia come stati successori dell’ex Jugoslavia. Figuriamoci nel resto dell’Istria croata». Secondo le stime di Lacota la Slovenia dovrebbe restituire dai 2000 ai 2200 immobili, 900 dei quali sarebbero liberi, ovvero potrebbero venir restituiti subito agli italiani. Nel centro di Capodistria ne sono già stati individuati 200 e altri 60 nell’immediato entroterra, grazie a uno studio catastale commissionato dall’Unione degli istriani. Nella parte croata della Zona B, invece, le stime di Lacota indicano 2300-2400 immobili, di cui 1200-1300 liberi. Per il resto l’Istria e gli altri ex territori italiani della Croazia, come Zara, non esistono ancora stime precise.
Difficile stilare una mappa completa dei beni abbandonati che includono terreni, case, aziende agricole, fabbriche, cantieri, alberghi, molti dei quali non esistono più. Con il trattato di Parigi del 1947 e con l’accordo di Osimo del 1975 sono andate perdute 219 città e paesi italiani, e di un territorio di 9953 kmq sono rimaste solo Trieste e mezza Gorizia con un retroterra di 695 kmq. Oggi gli eredi della Jugoslavia sono la Slovenia e la Croazia. Quest’ultima ha iniziato il cammino che la porterà a entrare in Europa nel 2008, anche grazie al sostegno italiano. Il dato di 2-3000 beni da restituire rivelato dal ministro, soprattutto concentrati nell’Istria croata, trova conferma nelle domande di restituzione che gli esuli hanno inviato all’amministrazione di Zagabria. L’iniziativa era partita dall’Unione degli Istriani, che aveva preparato delle schede prestampate da compilare con i dati delle proprietà espropriate. Secondo l’avvocato Cesare Papa, che ha scritto un manuale sui beni abbandonati, c’è stata una prima ondata di 3500 domande di restituzione seguita poi da altre 1300.
Il problema di fondo rimane la discriminazione nei confronti degli italiani che non possono acquistare case liberamente in Croazia, se non ottenendo una speciale autorizzazione dal ministero degli Esteri di Zagabria. «Peccato che questi nulla osta si contino sulle dita di una mano. Gli stessi diplomatici italiani ammettono che se ne vengono concessi mille a tedeschi e austriaci, per gli italiani passa una sola autorizzazione», spiega Lucio Toth presidente dell’Associazione nazionale Venezia-Giulia e Dalmazia.
Martedì alla Farnesina l’esecutivo della Federazione, che raggruppa le associazioni degli esuli, si è incontrato con il sottosegretario agli Esteri, Roberto Antonione, per discutere proprio del negoziato da intavolare con la Croazia su liberalizzazione del mercato e restituzione dei beni abbandonati. Oltre alla restituzione resta ancora aperto il nodo dell’indennizzo agli esuli che devono venir risarciti dallo Stato italiano per aver perso tutto. Per saldare il conto le associazioni chiedono da uno a 4 miliardi di euro, a seconda del complesso calcolo della rivalutazione dei beni, ma l’ultima proposta del governo si fermava a quasi mezzo miliardo di euro.
Trentaseimila domande di risarcimento presentate nel dopoguerra dagli esuli sono state pagate con precedenti acconti previsti da diverse leggi. Attualmente è in pagamento un ulteriore acconto di 107 milioni di euro, 28.112.370 dei quali già erogati. La cifra liquidata riguarda 5403 domande su 11608 pratiche. Secondo i funzionari del ministero dell’Economia, gli esuli avrebbero ottenuto gran parte degli indennizzi, ma i loro calcoli si basano su un dato non vero, ovvero che gli acconti siano stati liquidati il giorno di emanazione delle leggi relative. Gli italiani dell’Istria, Fiume e Dalmazia hanno più volte denunciato che i risarcimenti sono arrivati con «colpevole lentezza», spesso oltre dieci anni dopo l’emanazione delle leggi.
«Gli esuli non chiedono alcuna elemosina ­ sottolinea Guido Brazzoduro, presidente della Federazione dell’esodo ­ ma solo quanto loro dovuto dallo Stato italiano da più di cinquant’anni».