Italease, il mistero degli intermediari

da Milano

Per Banca Italease, e soprattutto per i suoi clienti e i suoi azionisti, ogni giorno ha la sua pena.
Ieri, al di là della smentita da parte dei soci delle frizioni sulla futura ripartizione dei poteri nel vertice, è soprattutto sembrato profilarsi l’intreccio più pericoloso. Quello fra i due elementi che hanno fatto colare a picco le quotazioni e la credibilità della società di leasing: non solo l’abuso dei derivati come affare finanziario lucroso per sé (Italease stessa) e dannoso per gli altri (la malcapitata clientela), ma anche il ricorso a questi strumenti altamente speculativi per allacciare relazioni pericolose con gli immobiliaristi che,due anni fa, hanno provato a prendersi la finanza italiana.
Al Tribunale di Milano i sostituti procuratori Giulia Perrotti e Roberto Pellicano stanno infatti passando al setaccio le commissioni plurimilionarie pagate agli intermediari dei contratti derivati sottoscritti da Banca Italease. Tanto più che queste commissioni venivano pagate anche in caso di rinegoziazione dei contratti. Secondo l’agenzia Radiocor, il nodo delle commissioni è venuto alla luce dall’analisi di 100 contratti relativi ai primi 12 clienti dell’istituto, ai quali sono peraltro riconducibili previsioni di perdite per 250 milioni di euro su un buco complessivo di 770 milioni.
L’attenzione dei magistrati si è focalizzata su un aspetto: i clienti sono società sconosciute e, in buona parte, fanno capo al mondo degli immobiliaristi romani. La domanda degli inquirenti, a questo punto, è semplice: chi erano gli intermediari che incassavano le commissioni? E come mai si tratta di somme tanto consistenti? Tutti quesiti a cui l’inchiesta giudiziaria in corso sta tentando di dare risposte esaurienti, accertando le responsabilità dei vertici di Italease. E non sembra un caso che l’inchiesta milanese, come ricorda l’agenzia del «Sole-24 Ore», sia seguita dalla Procura di Roma, che già indaga sul ruolo svolto dall’ex ad di Banca Italease, Massimo Faenza, nel crac di Danilo Coppola.
Quest’ultima vicenda parrebbe rimaterializzare l’ombra della precedente gestione. A inizio maggio, nell’inchiesta sul crac Coppola la procura di Roma ha formulato l’ipotesi di accusa di associazione per delinquere finalizzata all’appropriazione indebita e all’ostacolo dell’attività di vigilanza della Banca d’Italia. E, fra i nuovi indagati, c’era anche Faenza. Questo, nel collasso di un gruppo immobiliare esposto verso le banche per un miliardo di euro e con la convinzione dei magistrati che Coppola abbia costituito un sistema, con la presunta connivenza di top manager delle banche, di far transitare finanziamenti e operazioni di lease back giudicate di comodo anche attraverso reti di società fittizie, con l’obiettivo presunto di aggirare i controlli.
Il nome di Faenza compariva pure nell’ordinanza di custodia di rigetto della scarcerazione dell’immobiliarista, in cui il gip Maurizio Caivano affermava, in merito a una conversazione intercettata in carcere a Regina Coeli, che «Coppola invita la consorte a contattare Faenza, confidandole di avergli dato un sacco di miliardi e incaricandola di una missione: riferire all’amministratore delegato di Banca Italease di non rientrare dai finanziamenti perché altrimenti sarebbe stato il finimondo».