Italia 2008: a destra tutto ok a “manca” invece...

Nel libro corale “Sinistra senza sinistra”, una cinquantina di riflessioni postelettorali sulle forze progressiste che sono rimaste fuori dal Parlamento. Contributi di Adriano Sofri, Silvia Ballestra, Luciano Canfora , Antonio Cassese, Carlo Freccero e Gianfranco Pasquino. Ma sull’analisi prevale il “io l’avevo detto” <br />

L’Italia è rimasta senza sinistra. Anche se certo non di destra, il Pd è un partito dall’identità indefinita e dalla collocazione incerta. In aprile il cartello arcobaleno della cosiddetta sinistra radicale (Prc, Pdci e Verdi) più i “coriandoli” estremisti (Sinistra critica, Partito comunista dei lavoratori, Per il bene comune) non sono arrivati neppure al 5% dei voti mentre solo due anni fa quelle forze politiche contavano su oltre il 10% dei consensi.

L’unica lista alternativa al centrodestra che va meglio alla Camera che al Senato, e che quindi intercetta il voto dei giovani, è l’Italia dei valori. E infine, fra il 2006 e il 2008 un quinto dei voti della sinistra antagonista si è spostato al centrodestra. Quesiti Perché è accaduto tutto ciò? Si tratta di un evento contingente o di una tendenza storica? Interrogativi degni di uno studio approfondito sui risultati elettorali, corredato da un questionario da distribuire agli iscritti di sezioni campione e da interviste ai dirigenti locali e nazionali dei vari partiti. Nel frattempo, ammesso che qualche istituto di ricerca si voglia dedicare a quell’impegno, da ottobre sono arrivati nelle librerie alcuni volumi che raccolgono riflessioni sul tema. Come quello di Edmondo Berselli, “Sinistrati. Storia sentimentale di una catastrofe politica”, quello di Riccardo Barenghi, “Eutanasia della sinistra”, e quello corale che indaga materie e nodi che le forze progressiste del nostro Paese hanno trascurato e lasciato irrisolti. È “Sinistra senza sinistra” (Feltrinelli, 341 pagine, 14 euro): una cinquantina di contributi (in ordine alfabetico dalla scrittice Silvia Ballestra al filosofo del diritto Danilo Zolo) e una ventina di citazioni da interventi pubblici o libri già pubblicati (da Al Gore a Josè Luis Zapatero).

Il tutto per un instant-book ricchissimo di spunti interessanti che però somiglia molto a uno sfogatoio per elettori d’élite, a una riunione di grilli parlanti ciascuno dei quali si esibisce sulla materia di competenza o di preferenza, canta il suo “io l’avevo detto”, si dilunga sui massimi sistemi e ammutolisce sulle strategie, cioè sulle questioni che avevano indotto Lenin a scrivere il suo “Che fare”, sottotitolo “Problemi scottanti del nostro movimento”. Insomma, le questioni da aggredire, quelle con cui per forza ci si sporca le mani. Invece il sottotitolo di “Sinistra senza sinistra” è “Idee plurali per uscire dall’angolo”. Fritto misto Ecco, un lungo catalogo di argomenti (da “moderatismo” a “rete” passando per “turbocapitalismo”, “privacy” e “disabilità”, senza dimenticare “Europa”, “città” e “rifiuti”) che diventa un labirinto di suggestioni e di richiami (“le basi sociali”, “coscienza di classe, coscienza di luogo”, “culture del gratuito”, “radici”, “Darwin”) nel quale c’è tutto (“legalità/legittimità”, “omicidi bianchi”, “fecondazione assistita”, “inflazione”, “guerra”, “Mezzogiorno”…) tranne che una sintesi, un paio di parole d’ordine spietate che diano, appunto, un ordine di priorità al coacervo di parole. Nelle tenebre A sparare sulla Croce rossa si fa peccato ma secondo le Sacre scritture siamo tutti, battezzati e non, figli di Adamo ed Eva; e dunque… Nel sottotitolo si parla di angolo.

Ma la sinistra uscita dal voto di aprile, e anche quella che emerge dal volume in questione, non è nell’angolo. È nel deserto. E non sembra avere tanto bisogno di “idee plurali” quanto di uomini e donne che mettano intelligenze ed energie a servizio di un’idea. Il nominare uno a uno i temi dell’agenda politica (che sono più o meno gli stessi in tutte le cosiddette società evolute) evoca il procedere al buio di una persona che riconosce ogni cosa ma la trova nel posto sbagliato. E la richiesta di lumi a francesi, spagnoli, tedeschi, americani eccetera fa tenerezza, dato che il luogo tenebroso dove la sinistra italiana si muove a tentoni altro non è che l’Italia, l’unico Paese al mondo il cui sistema politico è crollato in blocco insieme con il Muro di Berlino. Se pensiamo che a San Marino la Dc continua a viaggiare comodamente sopra il 30% e An prende la metà di quanto prendeva da noi il Msi negli anni Ottanta… Ritornelli E invece, per esempio, Adriano Sofri si incarta nella più assurda (secondo la sinistra, certo, ma anche secondo la logica umana) parabola evangelica, quella del padrone della vigna che paga con lo stesso compenso chi lavora tutta la giornata e chi soltanto un’ora, senza riuscire a dire una cosa di sinistra tipo: e va bene, allora la prossima volta lavoreremo tutti un’ora.

E Massimo Mucchetti, vicedirettore del “Corriere della Sera”, sottolinea che è urgente dividere la Rai in due: da una parte un ente di servizio pubblico finanziato col canone e dall’altra un’azienda privata che vivrebbe di pubblicità (certo, basta trovare in parlamento una maggioranza disposta a farlo…). Se il giurista Sabino Cassese, ex presidente del Tribunale penale internazionale dell’Aia, lamenta le manchevolezze della sinistra italiana in materia di diritti umani, il filologo Luciano Canfora spiega hegelianamente che “la storia procede a spirale, dà l’impressione di tornare indietro anche quando, faticosamente, procede” (meno male, se lo dice lui!); e Giorgio Bocca parla di “decomposizione dello Stato di diritto” e ricorda la mutazione genetica del Psi, ovvero da Nenni a La Ganga via Craxi.

E ancora, il dirigente televisivo Carlo Freccero lamenta che la sinistra non sa più comunicare e fa solo l’eco a Berlusconi; il politologo Gianfranco Pasquino smorza il rammarico nell’ironia avvertendo che “gli italiani possono stare tranquilli perché non moriranno socialdemocratici”; la Ballestra difende la legge sull’aborto, senza indulgenza verso il Pd che lo avrebbe fatto troppo timidamente; e Gad Lerner difende gli zingari, con un’indulgenza di maniera (“è difficile per i politici mettersi contro il popolo”) verso il Pd che in tema di rom avrebbe spesso e volentieri inseguito la Lega. Il contrario di tutto Insomma nel libro c’è, e non potrebbe essere altrimenti, un po’ di tutto, contraddizioni comprese. Da un lato lo storico della filosofia Carlo Augusto Viano lamenta che “la sinistra si è lasciata incantare dal pacifismo e dal pauperismo della Chiesa cattolica”; dall’altro l’ex direttore della Caritas ambrosiana don Virginio Colmegna, quasi a confermare l’analisi del cattedratico torinese, scrive che “destra e sinistra indicano un modo antiquato di guardare alla realtà”.

Da una parte Aldo Bonomi, direttore dell’istituto Aaster e consulente del Cnel, punta l’attenzione sulle tendenze di lungo periodo che hanno allontanato la sinistra dalla modernità e dalla dimensione popolare; dall’altra Alessandro Colombo, docente di Relazioni internazionali, osserva che in tema di missioni militari all’estero, con l’unica eccezione dell’Irak, centrodestra e centrosinistra si sono comportano più o meno allo stesso modo da quasi un ventennio. Altan Nella nota editoriale introduttiva si legge che “l’Italia è l’unico Paese europeo in cui la sinistra sembra aver abdicato alla propria esistenza”. E nella vignetta di Altan che segue quelle pagine uno dice “ma io sono di sinistra” e l’altro risponde “piantala, che ci stanno guardando tutti”. Due anni fa sarebbero state, la nota e la vignetta, impensabili. Una politica senza sinistra, un’altra anomalia italiana.