«In Italia ancora spie dell’ex Kgb»

Il docente polacco Zaryn, direttore dell’Inp, non ha dubbi: «Tutto vero sul dossier Mitrokhin, Mosca ha sempre avuto informatori nel centrosinistra»

nostro inviato a Varsavia

«È vero: in Italia esisteva una rete di infiltrati e di collaboratori del Kgb. Ne abbiamo le prove. Il partito comunista sovietico considerava il Pci una sorta di proprietà privata, un prolungamento della sua struttura. Per questo aveva deciso di reclutare all'interno del Pci persone di assoluta fiducia. Con la caduta del regime, lo spionaggio e il controspionaggio russo si sono evoluti. Si sono adeguati ai tempi e alle nuove strategie, ma il modus operandi è rimasto lo stesso. E ci riesce molto facile immaginare che anche il serbatoio, cui attingere informatori e collaboratori, sia rimasto lo stesso: i partiti di sinistra e del centrosinistra». Il professor Jan Zaryn è il direttore del dipartimento educazione dell'Ipn, Instytut Pamieci Narodowey, l'Istituto Nazionale della Memoria. Qualcosa di simile ad una banca dati, un enorme raccoglitore di documenti e testimonianze che, dall'immediato dopoguerra ad oggi, ha permesso di fare chiarezza su alcuni degli episodi storici più agghiaccianti che hanno coinvolto la Polonia: dai campi di concentramento, fino all'atteggiamento degli 007 polacchi prima, durante e dopo l'attentato a Papa Wojtyla. Per intenderci è il dipartimento guidato dal professor Zaryn, un tipo allampanato, dallo sguardo sornione dietro due occhialini spessi, che sta supportando l'istruttoria di un pool di magistrati, coordinati dal procuratore capo di Katowice, Ewa Koj, aperta dopo che un ex alto ufficiale dei servizi, il colonnello Bak, ha rivelato che i servizi polacchi erano a conoscenza, già tre settimane prima, del progetto di attentare al Papa, ma non mossero un dito. Forse perché obbligati dalla stretta dipendenza di molti loro agenti al Kgb? È quello che i magistrati polacchi e i colleghi di Wprost stanno cercando di stabilire così come, sulla scorta delle dichiarazioni del testimone chiave, i magistrati polacchi stanno cercando di chiarire anche un'altra rivelazione, costata al colonnello Bak l'espulsione dai servizi dopo un sommario processo interno per tradimento. E proprio questo secondo filone dell'inchiesta ha portato i colleghi Jaroslav Jakimczyk e Grzegorz Indulski a porre questa domanda direttamente al generale Giuseppe Cucchi, uomo di fiducia e storico collaboratore di Romano Prodi, nonché attuale responsabile del Cesis. E non a caso. Perché fu subito dopo un incontro segretissimo e senza testimoni chiesto a Cucchi, nell'estate del 1986 al Cairo, nel quale il colonnello rivelò la sua verità sull'attentato al Papa, che la carriera dell'alto ufficiale polacco finì immediatamente quanto misteriosamente. In altre parole fu Giuseppe Cucchi, all'epoca attachè militare in Egitto a «vendere» il collega polacco ai servizi dell'Est? Intervistato a Roma dai colleghi di WProst il generale Cucchi, come abbiamo riferito ieri ha «ovviamente respinto con cortesia ma anche con un pizzico di fastidio al mittente - citiamo le parole del direttore di WProst, Sanislaw Janecki ogni accusa - ma ha confermato quell'incontro e ha fornito una sua interpretazione di quanto può essere accaduto dopo. La verità, o meglio il traditore, secondo Cucchi sarebbe da ricercarsi in qualche altro anello della catena che portò l'informativa dell'ufficiale polacco a Roma e forse prima ancora che a Roma a Mosca. «Certo se non fu Cucchi a tradire consapevolmente o no, in quell'occasione il nostro ufficiale - dice ancora il professor Zaryn - io credo che il cerchio si possa stringere al massimo a due o tre persone. Ma sono anche convinto che la direzione da seguire per scoprire la verità sia sempre la medesima: l'attività di disinformazione e di manipolazione degli informatori che la sezione 14 del dipartimento 1 del Kgb svolgeva in Italia e in altri Paesi dell'Europa occidentale». Una tesi che emerge anche dalle parole di Henryk Piecuch, cinquanta pubblicazioni alle spalle, il massimo studioso polacco dei servizi segreti nei Paesi dell'Est, il cui libro più recente «Due spari» attribuisce al Cremlino la paternità e l'attuazione dell'attentato a Giovanni Paolo II. «Per fermarci alle notizie più recenti è difficile dire con certezza quali politici italiani della sinistra siano stati o siano ancora nella lista dei collaboratori dei servizi di Mosca. Certo è che il 90 per cento di ciò che è emerso dal dossier Mitrokhin, in parte ripreso da Litvinenko, l'ex agente del Kgb avvelenato a Londra, è la verità. Soltanto la verità».