Italia, che choc: la guerra serba uccide il calcio

Italia-Serbia è il capo ultrà serbo col passamontagna nero, le braccia completamente tatuate e la maglietta nera con il teschio che, arrampicato sulle balaustre, lancia in campo fumogeni e guida un gruppo di una trentina di connazionali che brandiscono tubi di metallo e tentano di sfondare le vetrate della «gabbia».
Italia-Serbia sono due bambine, portate a Marassi dai genitori per partecipare a una festa a cui sono invitati anche altri centinaia e centinaia di bambini (moltissimi quelli delle scuole calcio), che piangono disperate, in preda a una crisi che nemmeno i medici e gli infermieri di un’ambulanza che provano ad assisterle insieme ai genitori, riescono a frenare.
Italia-Serbia sono decine di tifosi, quelli che sono incappati in un posto in Gradinata Nord o a fianco della vetrata della gabbia, che scappano terrorizzati da quella che temono possa trasformarsi in una mattanza. Oltre alle spranghe e ai fumogeni, gli ultrà serbi sono armati di estintori, immagine che a Genova richiama anche i tragici incidenti del G8. E la città viene colpita anche questa volta: in via Venti Settembre, il salotto commerciale della città, già due ore prima dell’incontro, il gruppo di tifosi serbi aveva terrorizzato i passanti, lanciando tondini di ferro, sfasciando vetrine, sparando razzi e tenendo in ostaggio le persone sugli autobus.
Italia-Serbia sono meno di sette minuti di partita (nei quali, peraltro, incredibilmente, i telecronisti Rai riescono a lamentarsi per un’espulsione e un rigore non dati a favore dell’Italia), iniziata con mezz’ora di ritardo rispetto all’orario fissato, per il lancio di petardi, fumogeni e di una bomba carta in campo. Partita che viene definitivamente sospesa dall’arbitro per un nuovo lancio di fumogeni verso la porta della squadra serba, che rischiano di colpire il numero uno serbo Brkic, sfiorato alla gamba dal fuoco. E, follia su follia, gli stessi ultrà serbi avevano aggredito il pullman della nazionale del loro Paese, che alloggiava all’hotel Savoia, a un passo dalla stazione Pricipe, lanciando oggetti all’indirizzo della squadra e, addirittura, riuscendo a salire sul pullman e a tirare un fumogeno prima che l’autista riuscisse a chiudere le porte. Un assalto studiato nei minimi particolari che aveva convinto il portiere titolare Stojkovic a chiedere di non scendere in campo dopo l’aggressione e a rifugiarsi terrorizzato nello spogliatoio italiano, con Prandelli incredulo. E il portiere è finito all’ospedale San Martino per accertamenti.
Italia-Serba è l’assurdità di un apparato che non ha il coraggio di prendere una decisione inevitabile e che andava presa subito, nel momento in cui il tizio con il passamontagna e gli altri due «capi» arrampicati sulla gabbia - amarezza nell’amarezza, la stessa che la domenica ospita «Genoa for children», straordinaria e positiva iniziativa della società rossoblù per portare i bimbi allo stadio, modello unico in Italia e premiato per il suo valore sociale - iniziavano a tagliare le reti. Ma né il delegato Uefa, né i responsabili della sicurezza prendono quella decisione che, alla fine, solo l’arbitro prende sulle sue spalle. E le forze dell’ordine - impegnatissime a sequestrare striscioni e bandiere ai tifosi di Genoa e Sampdoria - spiegano di non essere intervenute prima «per tutelare la sicurezza degli altri spettatori ed evitare scontri violenti che avrebbero potuto degenerare». Sotto accusa anche la polizia serba per non aver fornito adeguate informazioni sulla consistenza e la fedina penale dei tifosi diretti a Genova. «È uno scandalo, quelli che
hanno organizzato questi incidenti sono a Belgrado», urla il presidente della Federcalcio serba, Tomislav Karadzic. «È un attacco allo Stato e lo Stato deve risolvere questo problema».
Italia-Serbia è l’annuncio dello speaker di Marassi alle 22,20: «La partita è sospesa. Lo ha deciso l’arbitro perchè non ci sono le condizioni di sicurezza per i giocatori». Gli ultrà serbi, soddisfatti, escono fuori. Dove non mancano altri pazzi italiani, un centinaio di persone, che li aspettano: lanci di bottiglie, nuovi fumogeni e i serbi che scavalcano i tornelli cercando lo scontro. Polizia a testuggine, blindati e cordone divisorio della celere. Pietre contro la polizia e nuovi lanci, con il quartiere di Marassi che brucia. La notte maledetta sembra non finire mai.