A un’Italia così non si fa più credito

di Elia Pagnoni

Basta battere l’Irlanda... Qualche occasionale tifoso del rugby aveva vissuto fino all’alba di ieri con l’idea che la qualificazione dell’Italia ai quarti di finale fosse solo questione di vincere una partita come tante altre. Il problema è che questa convinzione l’aveva trasmessa un ambiente - quello attorno alla nazionale - che si era illuso con la «solita» onorevole sconfitta subita dagli irlandesi sei mesi fa al Flaminio. E invece, mentre l’Irlanda, data troppo presto per bollita e sul viale del tramonto, ha saputo crescere adeguatamente per l’appuntamento mondiale, l’Italietta è rimasta a sei mesi fa, legata alle recriminazioni sui drop subiti all’ultimo minuto e alle illusioni alimentate dal successo su una Francia un po’ sconclusionata.
Purtroppo ancora una volta non siamo riusciti a passare la prima fase, ma soprattutto non siamo riusciti a fare quel salto di qualità che ormai dovrebbe essere nelle nostre capacità. Non si può pensare che siano passati inutilmente ventiquattro anni di avventure mondiali e dodici edizioni del Sei Nazioni. Non si può credere che questa sia ancora l’Italietta di vent’anni fa, fatta da volonterosi dilettanti di talento, ma pur sempre frutto di un rugby periferico e provinciale.
Adesso abbiamo due squadre di professionisti che giocano nella Celtic league e i nostri club giocano regolarmente le coppe europee, che un tempo nemmeno esistevano. Abbiamo i riflettori e i soldi del Sei Nazioni, mentre una volta prendevamo persino schiaffi in coppa Europa. Ma soprattutto abbiamo giocatori, naturalizzati e non, che giocano stabilmente nei principali campionati europei. Ebbene, è impensabile che proprio da gente del calibro e dell’esperienza di Gonzalo Canale o di Mirco Bergamasco, tanto per non fare nomi, arrivino errori da sprovveduti nelle fasi cruciali.
Se il nostro rugby è cresciuto sotto tanti aspetti, non si può pensare di vedere una nazionale così vaga e arrendevole di fronte alla sfida più importante del quadriennio. Mallett o non Mallett, c’è qualcosa di profondo su cui la federazione dovrà lavorare. E cambiare continuamente idea in fatto di scuola di riferimento (ct francesi, neozelandesi, di nuovo francesi, poi sudafricani, quindi ancora francesi) non può certo aiutare. Il rischio vero è che la continua mancanza di risultati rovini alla lunga tutto il credito che il rugby azzurro ha guadagnato sul piano mediatico.