Italia da cucchiaio: il fenomeno rugby è solo sui calendari

Roma«Meno male che è finito». La sintesi migliore del Sei Nazioni ce la dà il presidente Dondi, scappando dal Flaminio livido in volto, per il vento freddo e per i 50 punti con cui la Francia ci ha sotterrato ancora una volta. Meno male che è finito, perché l’Italia del rugby è tornata indietro sotto ogni prospettiva. Quella del gioco e quella dei risultati: il 50-8 subito dai francesi chiude un’edizione da dimenticare che ci consegna il quarto cucchiaio di legno della nostra storia, il simbolico trofeo che va a chi riesce nell’impresa di perdere tutte le partite. Impresa confermata dai numeri: due sole mete fatte (compresa quella di Parisse ieri contro i francesi, ma quando ormai il punteggio era dilatato sul 40-3) contro 20 subite (comprese le 7 che ci hanno rifilato ieri i galletti); 49 punti fatti e ben 170 subiti. E un totale di sole 6 partite vinte e un pari su 50 incontri giocati in dieci anni del Sei Nazioni, che ieri ha visto il secondo storico grande slam dell’Irlanda, 61 anni dopo quello del 1948. (Irlanda che, oltre tutto, non vinceva il torneo dall’85).
Insomma, un disastro che riporta indietro nel tempo anche gli azzurri, quanto meno al 2005, anno del nostro ultimo cucchiaio, ben prima dell’era Mallett, il ct sudafricano che lo scorso anno sembrava in grado di risollevare le sorti del nostro rugby e che invece in questa stagione ha incassato una fila memorabile di rovesci, dai test match di novembre alle disfatte del torneo. Un ct che ieri non è finito sotto processo solamente perché salvato tempestivamente dallo stesso Dondi con una frase però tutta da decifrare: «Nick Mallett non è in discussione, è in discussione tutto il resto». E su questo resto ci sarà veramente da discutere, perché se molti puntano l’obbiettivo sullo staff, altri coinvolgono nello sfascio anche e soprattutto i giocatori.
Già, perché la debâcle di ieri mette in evidenza le gravi lacune dei nostri punti deboli (da Griffen a Pratichetti, allo stesso McLean) ma anche la mancanza di ricambi, di gente fresca in grado di entrare in gioco quando i ritmi del torneo si fanno troppo intensi per le nostre abitudini. Ma se a questo si aggiungono errori come il passaggio di piede di Mauro Bergamasco che offre a Heymans la palla per la più comoda delle mete, oppure l’amnesia collettiva che lascia andare tranquillamente oltre la linea Malzieu per il settimo sigillo dei bleus, ecco che crolla tutto il castello su cui Mallett ha ben poco da lavorare. Giocatori che forse si sono già messi alle spalle l’apice della loro carriera, oppure che dovrebbero scendere dai calendari ed entrare in campo con un altro approccio.
Alla fine l’ammissione più onesta è quella di capitan Parisse che, dopo essersi indignato per i fischi subiti contro l’Irlanda, è rimasto evidentemente sorpreso per gli applausi che nonostante tutto sono stati regalati dal Flaminio alla nazionale, alla fine di un torneo così nefasto: «È incredibile la pazienza che ha il pubblico con questa squadra». Già, come è incredibile la pazienza che accompagna da sempre quella che sta diventando la nazionale più perdente dello sport italiano. Ma il pubblico del rugby, per fortuna, è molto meglio della sua nazionale. E non perde occasione per dare lezione di civiltà, come all’inizio del secondo tempo quando comincia a gridare «fuori, fuori» all’indirizzo di un tifoso che lancia una bottiglietta in campo verso l’arbitro, additandolo a due steward che lo prelevano immediatamente e lo accompagnano all’uscita. La speranza adesso è che «fuori, fuori» non lo gridi anche il Sei Nazioni all’indirizzo di questa povera Italia.

Risultati: Italia-Francia 8-50; Inghilterra-Scozia 26-12; Galles-Irlanda 15-17. Classifica finale: Irlanda 10, Francia, Galles e Inghilterra 6, Scozia 2, italia 0.