Italia dei Valori: un partito al bivio

Un pamphlet del deputato Idv Pisicchio mette in luce vizi e virtù della formazione politica “creata” dall’ex magistrato. La connotazione leaderistica e l’insistenza sulla legalità attraggono consensi ma senza una scelta precisa sono difficilmente utilizzabili<br />

Roma – Le recenti inchieste giudiziarie che hanno coinvolto esponenti dell’Italia dei Valori, in primis il figlio del fondatore Cristiano Di Pietro, hanno messo in luce la natura politicamente “anomala” di questa formazione politica. Al di là dei risvolti penali e del “contrappasso” che ha portato all’attenzione dei magistrati un partito che sulla battaglia per la legalità ha investito tutte le proprie energie, rimangono da investigare le cause che hanno decretato il successo dei dipietristi nelle ultime elezioni politiche e nei sondaggi che ogni settimana imperversano sui giornali. Un interessante contributo è stato fornito da un pamphlet del deputato Idv (ma di formazione democristiana) Pino Pisicchio, intitolato “Italia dei Valori – Il post partito” (Rubbettino, 10 euro). L’analisi, storica e politologica, si conclude con un enunciato in sé destabilizzante: “Il tema della legalità non è un orizzonte progettuale compiuto, ma solo un’istanza di political correctness, di qui la necessità di agire sulla leva della proposta superando il limite della giustizia che rischia di tramutarsi in una gabbia”.

Un successo non spendibile L’Italia dei Valori ha raggiunto lo scorso aprile il 4,4% alla Camera e il 4,3% al Senato. Si tratta del miglior risultato mai conseguito in una consultazione dai dipietristi. Agevolato certo dall’essersi presentato in coalizione con il Pd e dall’aver potuto raccogliere i benefici del “voto utile”, ma anche dalla retorica leguleia e antiberlusconiana del suo fondatore. La controversa manifestazione dell’8 luglio a Piazza Navona è in sé l’apice e il punto di minimo di Di Pietro & C, perché se da un lato ha saputo coagulare attorno a sé il girotondismo, la sinistra extraparlamentare e tutta quella fetta di opinione pubblica che nutre disistima nei confronti del Cavaliere, dall’altro lato si è a condannata all’iperbole e all’esagerazione penalizzando tutte quelle istanze moderate che pure hanno concorso ai successi dell’Idv.

Un partito nel partito Ma come ha fatto l’Idv a canalizzare questo flusso di consensi? Pisicchio ritiene che lo stesso statuto sia all’origine della fortuna con quella definizione sicuramente naif “un po’ partito, un po’ movimento organizzato” che sin dal 1997 rende l’Italia dei Valori un ircocervo. Eppure qualche somiglianza con altre formazioni nate in quel periodo esiste: come Forza Italia e ancor più come Alleanza Nazionale, il movimento dipietrista è fortemente presidenzialista. Con un di più: l’Italia dei Valori ha un partito nel partito: l’associazione Italia dei Valori che ha fondato il movimento e che racchiude “la cifra identitaria, patrimoniale, la configurazione giuridico-formale del soggetto politico”. In Di Pietro che è presidente dell’associazione e del partito sono delegate funzioni importantissime che spaziano dalla titolarità del simbolo alla modifica e integrazione dello statuto all’utilizzo e al riparto dei finanziamenti alle candidature fino alla titolarità del giornale e del sito Internet. Insomma, una struttura centrale snella guidata dal presidente e che poi si declina su base regionale secondo le stesse modalità. In questo modo, il verbo dipietrista viene veicolato capillarmente anche grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie come YouTube, Second Life e Facebook e all’interazione con altri blog di opinione, a partire da quello “gemello” di Beppe Grillo. 

Classe dirigente centrista Il paradosso dell’Idv è tuttavia rappresentato dalla composizione della sua classe dirigente, per la maggior parte di derivazione centrista, per non dire democristiana. Il 57, 14% dei parlamentari è di formazione “cattolico-democratica”, il 9,5% è composto di ex comunisti, l’11,9% viene dalle liste civiche e dall’associazionismo (la cosiddetta “società civile” e il 2,38% dalla destra missina. Dei cattolici il 28,5% viene dalla vecchia Dc e il 23,8% dal Ppi-Margherita. Insomma, si comprende bene perché il 96% dei dipietristi indichi il centro come naturale collocazione del partito.

Lega Sud? No, grazie In passato alcuni commentatori politici hanno cercato di definire l’Idv come una sorta di Lega Sud. Il forte radicamento nelle aree meridionali, la presenza di un leader carismatico e accentratore alla stregua di Umberto Bossi e la caratterizzazione su un unico obiettivo politico esauriscono il quadro delle somiglianze. Pisicchio, infatti, si guarda bene dal far collimare Idv e Lega Nord in quanto Di Pietro ha sempre cercato di rendere la presenza del partito omogenea su tutto il territorio nazionale e, a differenza del federalismo, la battaglia per la legalità è un obiettivo che, una volta raggiunto, non presuppone l’esercizio del potere nelle sue forme.

Il bivio Il pamphlet di Pisicchio è stato scritto prima della deflagrazione del caso-Romeo, ma non per questo la sua analisi è incompleta. Anche se risente della formazione democristiana dell’autore nei passaggi nei quali si esalta la dialettica interna ai partiti come espressione della partecipazione democratica. In questo senso si può affermare che l’impostazione leaderistica dell’Idv non è difforme da quella dei maggiori partiti di centrodestra e centrosinistra. E in questa direzione il deputato vede il Pd come approdo naturale dell’esperienza politica di Di Pietro, se non come fusione, almeno come federazione. Anche perché, sempre secondo Pisicchio, la crescita dei consensi nei sondaggi impone all’Idv di ampliare la propria offerta politica a temi come quelli economici e sociali. Barricarsi nel recinto della giustizia sarebbe controproducente anche perché negativo dell’esperienza riformista (“Il partito one mission è conservatore perché in tema di giustizia prevale la difesa dello status quo”). “Ma questa operazione di autocoscienza – conclude Pisicchio – il Pd non l’ha mai veramente compiuta, oscillando tra le diverse opzioni di sé nella scelta futura”.