"Italia e America Suonare per due mondi è un divertimento"

Lunedì al Lincoln Center di New York il Maestro sarà il primo italiano premiato come «Musicista dell’anno» <br />

Gli Americani amano l’Italia, lo sappiamo. Di casa nostra apprezzano l’arte, la cucina, il design, provano quasi un pizzico di invidia per lo stile di vita degli Italians, del popolo – dicono loro - del caffè, adrenalinico, tutto gesticolante, che fa di tutto per godersi l’esistenza anche in tempi di recessione. America, terra dove l’arte italiana continua a corrispondere ai nomi di Verdi, Puccini o Paganini. Dove artisti come Luciano Pavarotti o come Andrea Bocelli hanno raggiunto la notorietà riservata alle pop star. In realtà, nell’ultimo mezzo secolo, solo un musicista italiano può vantare l’incoronazione ufficiale. Si chiama Riccardo Muti, lunedì, al Lincoln Center di New York riceverà il premio «Musicista dell’anno». A tacere di Gian Carlo Menotti, che però è italo-americano, il direttore d’orchestra Riccardo Muti è l’unico italiano ad essersi guadagnato il riconoscimento della Musical America, rivista che rappresenta il Who's Who più importante del mondo musicale.

Unico italiano. Che effetto le fa?

«Mi gratifica il fatto di riceverlo. In America ho lavorato tanto, dagli anni di Filadelfia alla Filarmonica di New York che per due volte mi chiese di diventare direttore musicale. Infine l’orchestra di Chicago».

Orchestra arrivata nel momento giusto.
«Quando ero disponibile a contrarre un nuovo rapporto, dopo qualche anno in cui mi sono voluto godere la libertà».

Dal 2010, quando ne assumerà la direzione musicale, torna così in gabbia...

«Due gabbie, in realtà. Chicago e Roma».

Da eroe dei due mondi...

«Mi affascina molto l’idea di potermi dividere fra queste realtà. Roma rimane la città eterna. Molti si soffermano sulla parte negativa dell’Italia, ma c’è una parte vitale di questo Paese che continua a pulsare».

Crede in Roma, dunque.

«Ha possibilità straordinarie. Non parlo solo del teatro dell’Opera, che va riportato però al livello storico che ha avuto. Esistono spazi meravigliosi, luoghi di magia. Cosa non si può fare di Caracalla! Si può reinventare completamente».

Partendo da che cosa?
«Da un buon team di lavoro. Come quello che abbiamo a Chicago. Certo, in un teatro italiano la macchina burocratica, amministrativa è complessa, non semplice da manovrare».

Qual è il segreto della squadra di Chicago?

«Ha agilità di mente, ed è operativa. Spero di trovare a Roma tutto ciò altrimenti il mio modo di camminare diventerebbe zoppo».

A Chicago vuole una musica attiva sul fronte sociale.
«Ci sono dei progetti che andranno a coinvolgere anche il violoncellista Yo Yo Ma».

Una collaborazione straordinaria. Che farete assieme?

«Sarà il mio creative consultant, sorta di alter ego. Mi aiuterà a portare la musica nelle carceri. È un ottimo musicista ma anche un comunicatore».

Sarete i catalizzatori culturali di Chicago. La città del presidente Obama.

«Parecchi strumentisti sono amici di Obama, le sue figlie venivano spesso ai concerti. Vedremo cosa accadrà».

Poi c’è New York, finalmente il Met l’avrà: per la prima volta, con «Attila», in febbraio.

«Mi avevano invitato più volte, ma oltre all’impegno della Scala avevo collaborazioni rodate con altri teatri europei».

Il 20 dicembre torna in Senato con l’Orchestra Cherubini, per il concerto di Natale.

«Sono stati invitati ragazzi di talento e speranzosi, mi auguro che questo sottolinei la necessità di un futuro attraverso questi ragazzi. Non è stata invitata un’orchestra qualsiasi, ma un complesso di formazione. Quanti saranno nell’aula del Senato quel giorno dovranno preoccuparsi del futuro dei giovani musicisti, che meritano una vita dignitosa come uomini e donne per servire meglio il proprio Paese».

L’indomani porterà la Cherubini al Teatro Petruzzelli, finalmente rinato.

«Lì ascoltai la mia prima opera, a tre anni. È un teatro importante, con una grande storia».

Da continuare, o meglio, riprendere a coltivare evidentemente.

«Cosa che vale per i teatri d’Italia. Si parla di teatro nazionale: è cosa antistorica. L’Italia è una terra disseminata di teatri. E poi: teatro nazionale in base a cosa?».

Forse all’eccellenza.

«Il nostro Paese ha istituzioni antiche e tutte hanno bisogno di puntare all’eccellenza. Che si trova laddove c’è una felice combinazione di fattori: grande regia, cantanti e orchestra. Una combinazione che può esserci anche nei teatri di provincia. Non possiamo dividere in serie A e serie B: tutti devono essere aiutati».

In questi giorni l’opera è andata in tv in prima serata, durante uno speciale di Fabio Fazio. Era la Carmen della prima scaligera. L’ha seguita?

«Dirigevo quella sera. Ho saputo chi c’era».