Italia e Olanda nel mirino di 4 terroristi

Alessia Marani

da Roma

Caccia a quattro kamikaze pronti a immolarsi in nome di Allah (e per conto del terrorista giordano Abu Musab al-Zarqawi). Martiri al soldo di Al Qaida, risvegliatisi dal grande sonno imposto alle cellule «dormienti» in territorio saudita, in viaggio (o forse sono gia approdati) sulla rotta del Vecchio Continente. Un siriano, un pakistano e due fratelli bengalesi, soldati del gruppo Jama’at al Tashid wal Jihad, «contigui» al luogotenente giordano di Bin Laden a Badgdad, avrebbero avuto indicazioni precise per colpire due Paesi della Coalizione impegnata in Irak: Italia e Olanda.
Fonti di intelligence riferiscono di una loro recente localizzazione in Arabia Saudita, di un indottrinamento militare avvenuto presso due noti campi d’addestramento gestiti dalla holding criminale di Osama, di un rapido passaggio in alcuni «siti» dell’integralismo salafita. Dalla fine di luglio, però, del poker della morte, si sarebbe persa ogni traccia: nessuno sa più che fine abbiano fatto il terrorista originario di Damasco, Adnan Al-Moussain, il pakistano Mohammad Nadir, e la coppia di insospettabili bengalesi Hussain Delower e Hussein Karimal.
I loro obiettivi? Non meglio precisati luoghi in cui compiere «atti ostili», anche se un’indicazione di massima focalizza proprio l’asse Italia-Olanda, bersaglio doppio peraltro già indicato il 22 luglio scorso dalle «Brigate Abu Hafs Al Masri» in occasione delle rivendicazione on line sui mancati attentati di due giorni prima nel cuore di Londra («vi diamo un mese di tempo affinché i vostri soldati lascino la Mesopotamia, questo è l’ultimo messaggio, non ve ne saranno altri. Ci saranno, invece, azioni e le parole saranno incise nel cuore dell’Europa»).
Stando alle annotazioni dei servizi segreti italiani, recepite da un paio di «agenzie» occidentali, proprio gli attentati nella capitale britannica avrebbero «costituito una chiamata alle armi» per altre cellule disseminate in Europa, un segnale in codice per sferrare l’attacco contro gli «infedeli» non ancora presi di mira a Roma e Amsterdam. Le indicazioni su come e dove colpire in Italia sono rigorosamente top secret e coperte da omissis. L’obiettivo nei Paesi Bassi - dove dal 13 luglio è stato sospeso l’accordo di Schengen seguendo l’esempio della Francia, dove recentemente è stato condannato al carcere a vita Mohammed Bouyieri, l’assassino del regista Theo van Gogh, e dove da anni si è sviluppata la cellula terroristica salafita denominata Hofstad - sarebbe in particolare l’aeroporto di Schiphol a dieci chilometri da Amsterdam.
Nelle intenzioni dei terroristi - stando alle informative degli 007 - lo scalo internazionale sarebbe stato prescelto per far esplodere, al decollo o in atterraggio, un aereo di linea. E non sarebbe un caso, in concomitanza all’allarme, la dichiarazione del coordinatore antiterrorismo Tijbbe Joustra a proposito di «un attacco molto probabile» contro il Paese dei tulipani.
Le modalità del possibile attentato non si conoscono ma nessuna viene scartata a priori, a cominciare dal possibile ricorso ai cosiddetti «manpands» (missili ad infrarossi d’origine balcanica) di cui si è cominciato a parlare diffusamente nel convegno organizzato a Vienna dalla Osce a metà gennaio dell’anno scorso, e di cui ha fatto ampio riferimento in una nota interna sulla sicurezza nei trasporti anche il generale Leonardo Tricarico, capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare: «Gli esponenti dell’Fbi e del Tsa (Trasportation security admnistration) - scrive l’alto ufficiale dell’Arma Azzurra - sono stati concordi nello stabilire che non è una questione di sapere “se” i manpands verranno usati contro velivoli, “ma” quando».
Alla luce anche di ulteriori Sos lanciati da servizi stranieri «amici», da Schiphol a Fiumicino, la questione di come fronteggiare un possibile attacco a bordo di un airbus o dietro una rete di recinzione a bordo pista, sembra ridursi a più controlli mirati e a una maggiore sorveglianza anche esternamente al perimetro aeroportuale. A Roma-Fiumicino gli agenti del maggior sindacato di polizia (il Siulp) si lamentano col questore e il capo della polizia di un Piano di Sicurezza efficiente solo sulla carta, perché non terrebbe conto della cronica carenza di uomini. «L’auspicio è che non succeda mai nulla - scrive il segretario Franco Carta -, la sezione di Frontiera di Fiumicino è abbandonata e cronicamente sotto organico». Oltre agli uomini, mancano i mezzi e addirittura i posti-auto che «nella caserma aeroportuale Iavarone sono occupati dagli “amici degli amici” in partenza per le vacanze».