Tra Italia e Serbia tensione alle stelle

Se oggi Roma riconoscerà il Kosovo, Belgrado richiamerà l’ambasciatore

da Belgrado

Oggi l’Italia dovrebbe riconoscere l’indipendenza del Kosovo, ma la Serbia è pronta a richiamare il suo ambasciatore da Roma. Il conto alla rovescia per il riconoscimento è iniziato ieri quando il ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha riferito alle Commissioni congiunte di Camera e Senato. La lettera ufficiale indirizzata alle autorità di Pristina potrebbe partire già oggi, dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri.
La Serbia non starà a guardare. L’ambasciatrice serba, Sanda Raskovic Ivic, consegnerà una nota di protesta al governo italiano. Poi, nel giro di 48 ore, tornerà a Belgrado per consultazioni. Non è una rottura delle relazioni diplomatiche, ma una reazione forte. Le disposizioni erano già contenute in una circolare del ministero degli Esteri serbo in vista dell’indipendenza e valgono per tutte le nazioni che riconoscono il Kosovo. Però lo schiaffo di richiamare l’ambasciatore a Belgrado per consultazioni ha una valenza maggiore con Roma tenendo conto degli storici rapporti fra Italia e Serbia.
«Non credo si possa ritardare la decisione - ha insistito D’Alema - non mi sentirei di lasciare in un Paese che non riconosciamo 2.600 militari e i 200 funzionari che stiamo per mandare». I funzionari faranno parte della missione Eulex, che i serbi vedono come il fumo negli occhi. A Mitrovica Nord, roccaforte serba, hanno già lanciato due bombe a mano contro la sede di Eulex. Durante le quotidiane manifestazioni di protesta i funzionari europei vengono bollati come «occupanti». Se mettessero piede a Mitrovica rischierebbero il linciaggio. «Se non riconosceremo il Kosovo esporremo i nostri uomini a dei rischi evidenti - ha ribadito D’Alema temendo una rappresaglia albanese -. Dovremo ritirarli e questo non gioverebbe a nessuno».
Se il riconoscimento dell’indipendenza arrivasse oggi sarebbe la data meno indicata. Belgrado si sta preparando alla più grande manifestazione della sua storia recente. Si dice che scenderanno in piazza un milione di serbi. Lo stesso numero, o ancora di più, dello storico corteo del 5 ottobre 2000, che segnò l’inizio della fine di Slobodan Milosevic, padrone del Paese negli anni Novanta.
La rabbia anti-italiana sta montando e lo stesso ministro degli Esteri serbo, Vuk Jeremic, ha risposto che «è inaccettabile qualsiasi compensazione» in cambio del Kosovo. Si riferiva alla carota esplicitamente offerta da D’Alema, l’ingresso della Serbia nell’Ue.
Sul terreno il comandante della Nato in Kosovo, Xavier Bout de Marnach, ha accusato «i leader locali serbi» delle violenze di due giorni fa, quando un migliaio di persone hanno spazzato via due dogane dell’Onu al confine fra Kosovo e Serbia. Il generale si riferisce soprattutto a Marko Jaksic uno dei capi del Consiglio nazionale serbo, una specie di autogoverno del Kosovo Settentrionale.
Non è detto che le violenze siano finite, soprattutto a Mitrovica. Nel mirino di un attacco c’è il Palazzo di giustizia dell’Onu già evacuato dal personale completamente albanese. Altre opzioni sono i tre palazzi che danno sul fiume Ibar abitati sia da serbi sia da albanesi. Questi ultimi potrebbero venir convinti nottetempo ad andarsene, con le buone o le cattive.