Italia e Stati Uniti mai così vicini

Il triplice incontro di George W. Bush a Roma, con il capo dello Stato Napolitano, con il presidente del consiglio Berlusconi, e con Benedetto XVI, ha suggellato un rapporto così stretto tra Italia (e il mondo cattolico) e Stati Uniti come forse non si era mai verificato dai tempi di De Gasperi e Sforza. È vero che da sessant’anni siamo legati all’America da vincoli politici, economici e militari, ma la natura delle relazioni transatlantiche è andata cambiando nel tempo a seconda delle temperie politiche di qua e di là dell’Atlantico.
Eppure in questo momento non mancavano motivi dissonanti tra i due Paesi. Gli Stati Uniti, pur apprezzando l’apporto degli italiani, segnatamente il contributo dei carabinieri come corpo armato con funzioni civili, non erano completamente soddisfatti della nostra presenza in Afghanistan, troppo nelle retrovie per alleggerire l’impegno dei partner combattenti. E nei confronti del groviglio iraniano faceva velo il nostro rapporto commerciale con il paese di Ahmadinejad che avrebbe potuto essere d’ostacolo all’irrigidimento delle sanzioni economiche e finanziarie proposto da Bush. Quanto poi alle relazioni tra America e Vaticano vi poteva essere incomprensione per il tradizionale pacifismo della Chiesa oltre che per la vicenda dei preti pedofili che ha sconvolto alcune diocesi americane.
Come d’incanto, tuttavia, grazie alle capacità dei protagonisti, i diversi punti di vista di americani e italiani sono scomparsi. Il nostro governo ha garantito un maggiore impegno diretto a Kabul che allinea l’Italia agli altri eserciti combattenti. Anche rispetto all’Iran, i rilevanti interessi italiani non hanno ostacolato il fronte unito dell’Unione europea che ha messo a punto una comune strategia di pressione contro il progetto di arricchimento dell’uranio ad uso militare. Infine lo stesso Benedetto XVI, dopo il viaggio in America che ha definitivamente archiviato la pedofilia, ha stabilito con George W. Bush una sintonia sui moral issues che non vi era mai stata in precedenza, anche dopo la ripresa dei rapporti diplomatici con la presidenza Reagan.
Il presidente Bush ha progettato l’ultimo viaggio in Europa per rinsaldare la partnership tra le due sponde dell’Atlantico che si era sfaldata con l’unilateralismo statunitense nella guerra in Irak. In particolare la solidarietà atlantica si ricostituisce intorno alle grandi questioni internazionali del momento: la proliferazione nucleare dell’Iran, la ripresa delle velleità imperialistiche della Russia, il conflitto israelo-palestinese, la fame nel mondo e il clima. Se tutta l’Unione europea, Francia compresa, sembra rimettersi in moto in consonanza con gli Stati Uniti, gli incontri italiani hanno in particolare dato l’impressione di mettere il nostro paese decisamente al passo con la più importante partnership internazionale.
Il presidente repubblicano è alla fine del secondo mandato alla Casa Bianca, mentre il nostro governo è solo all’inizio. Certo è però che i semi gettati in questo viaggio, in Italia e in Europa, probabilmente daranno frutti in futuro, quale che sia il nuovo presidente statunitense, John McCain o Barak Obama. Entrambi i candidati non potranno non prendere atto che l’Occidente può difendere i suoi valori e interessi solo se l’America e l’Europa saranno unite in un unico destino di civiltà.
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