Un’Italia da esportazione all’assalto del pianeta rugby

È una nazionale maturata all’estero: 17 azzurri su 30 giocano in altri campionati. Oggi debutto con gli All Blacks

da Marsiglia

Marsiglia, ore 13 e 45, primo contatto con il mondiale. Proprio come vent'anni fa. Ora come allora la sfida è con gli All Blacks. Loro sono i favoriti, noi vent'anni dopo inseguiamo un sogno, quello di entrare tra le prime otto del mondo. Il biglietto per i quarti di finale ce lo giocheremo con la Scozia, tra tre settimane, a Saint Etienne. Ma al di là del risultato, la sfida con la Nuova Zelanda con uno sponsor italiano ha un peso non indifferente. I test di mezza estate hanno dato già qualche indicazione. Soprattutto la sfida persa a Belfast contro l'Irlanda ha fatto capire che, almeno sul piano del carattere, la squadra c'è.
È una nazionale che è cresciuta in questi ultimi anni. Lo ha fatto anche grazie al forte contributo di atleti che hanno cominciato a giocare lontano da casa. Prima in Francia, ora anche in Inghilterra. Il miglior giocatore della premiership inglese porta la maglia azzurra. Si chiama Martin Castrogiovanni, scuola argentina, d'accordo, ma pedigree formato tutto in Italia, sponda Calvisano. È il senso di questa nazionale, più azzurra di quello che oggi offre il campionato italiano. Prendiamo il gruppo che Berbizier si porta a questi mondiali. Almeno la metà ha visto il pallone da rugby per la prima volta nel nostro paese. Storia diversa nel campionato di casa nostra dove la necessità di trovare giocatori dal passaporto italiano, costringe i club a cercare improbabili ascendenze italiche in Sudamerica.
Arriviamo alla sfida con gli All Blacks, reduci dalla sfida di fine agosto con l'Irlanda. Una vittoria a Ravenhill avrebbe potuto cementare un gruppo già molto unito. È un piccolo miracolo anche questo. L'abbiamo persa quella partita per il solito errore arbitrale consumato, questa volta, anche a dispetto dell'uso della moviola. Ma fino all'ultimo il quindici di Berbizier è stato in partita. Né più né meno quello che le si chiede oggi. D'accordo, gli All Blacks non sono la stessa cosa della squadra di Eddie O'Sullivan, ma gli azzurri possono riuscire a sorprendere. L'impressione è che quella italiana sia soprattutto una squadra di mastini. Bada alla sostanza. Non può permettersi variazioni sul tema rispetto a un canovaccio che sembra abbastanza consolidato: un errore e gli azzurri puniscono. Possono contare su un pacchetto di mischia competitivo come pochi, soprattutto nei primi cinque uomini. Al Velodrome la sfida sarà tra titani con Castrogiovanni e Perugini a far da puntelli contro un pacchetto neozelandese che nelle ultime stagioni ha conseguito la laurea nel gioco "al limite" della decenza regolamentare. Pierre Berbizier, di fatto, chiude il cerchio contro gli All Blacks. Capirà dalla sfida contro i maestri dell'altro mondo, fin dove può permettersi di sognare. Anche per questo la formazione che andrà in campo, se non è la migliore, di certo gli somiglia molto. In mediana lascia a riposo Pez ma non rinuncia a Troncon (98 presenze per il trevigiano). Un elemento imprescindibile della squadra. L'uomo che ti porta a giocare oltre il limite, che sa leggere come pochi gli assetti tattici delle difese avversarie. Poi c'è Bortolami, chiamato a dare sostanza e a garantire palloni utili per una mediana che conferma Roland De Marigny in campo, mettendogli al fianco l'ariete Andrea Masi.
La Nuova Zelanda non si scopre ora. Siamo abbonati a sfide mondiali contro gli All Blacks. Sarà la quinta su sei edizioni. In Francia arriva per riconquistare una Coppa che manca dal 1987 nel loro palmares. Ma la strada verso la finale è lunga e tortuosa. Non si può improvvisare. Parlare di punti deboli è fuori luogo. Ma una prima è sempre una prima e la stecca è sempre in agguato.