Italia-Germania 4 a 3 spopolò anche al cinema

Barzini girò il film nel ’90: «Divenne un cult perché era la metafora di una generazione difficile ormai cresciuta»

Michele Anselmi

da Roma

Andrea Barzini, il regista del film Italia-Germania 4 a 3, aveva diciassette anni quel 17 giugno del 1970, quando gli azzurri, nello stadio Azteca di Città del Messico, rifilarono la mirabolante sconfitta ai crucchi. Gianni Brera avrebbe scritto: «Il vero calcio rientra nell'epica. La sonorità dell'esametro classico si ritrova intatta nel novenario italiano». Barzini, sorridendo al telefono, concorda. Lui, adolescente di estrazione alto-borghese, elegante e già spilungone, vide la partitona in un bar di Taino, sul lago Maggiore, confondendosi con alcuni amici, figli di operai. «Fu uno di loro che mi fece capire, a mano a mano che la rimonta tedesca annichiliva i nostri entusiasmi, il valore anche simbolico della sfida».
In che senso, scusi?
«Era il 1970, un'epoca di divisioni forti: manifestazioni sindacali, bombe di piazza Fontana, occupazioni universitarie. Eppure quella vittoria per un attimo sembrò riunificare l'Italia. Il tifo si fece interclassista, attraversò le ideologie politiche. L'Italia, percepita dai tedeschi come una squadretta di paese, e forse in parte lo era, si trasformò in una specie di Davide contro Golia. Gap tecnologici e complessi di inferiorità si sbriciolarono di colpo grazie al gol risolutore di Rivera. Poi, purtroppo, il Brasile, con Pelè, ci massacrò».
Chi era, se c'era, il suo beniamino?
«Gigi Riva. Un grande giocatore che non ha mai mollato il Cagliari, per coerenza, nonostante le offerte miliardarie. Oggi c'è la ferita del calcio, siamo un Paese più smaliziato. Vedi Cannavaro e sembra un fotomodello che gira in Ferrari. Vedi Gattuso, bravo per carità, e te lo ricordi in mutande in una pubblicità di Dolce & Gabbana. Facchetti, invece, era una specie di gigante buono. Domenghini lo chiamavano Agonia. L'unico che somiglia agli azzurri di oggi forse è Albertosi, sarà perché aveva un sacco di donne».
Veniamo al film. Che è del 1990. Come nacque l'idea? Si ricordò di quel bar di Taino?
«Mi piacerebbe fosse andata così. In realtà Raidue mi aveva ingaggiato per filmare in elettronica, a basso costo e solo per uso televisivo, una commedia di Salvatore Marino, appunto Italia-Germania 4 a 3. Strada facendo ci venne l'idea di girarla in pellicola. Non c'era una lira. Per gli interni della villa, utilizzammo una scenografia già sfruttata per una cosa teatrale di Haber, perfino le parrucche per i flashback erano riciclate. Tre settimane di riprese, una corsa».
Eppure...
«Eppure, per vie sotterranee, grazie a un articolo di Irene Bignardi e all'interesse della Bim distribuzione, Italia-Germania 4 a 3 uscì nelle sale a dicembre e incassò più di due miliardi di lire. Dal niente, senza pubblicità, diventò un cult».
Se ricordo bene, di calcio se ne vedeva poco.
«Sì, non mostrai neanche il gol del 4 a 3, tenendolo fuori campo, per concentrarmi sulla facce dei personaggi. Credo che il pallone, al cinema, sia una maledizione. Se lo racconti direttamente, per quello che è, non funziona. Ci hanno provato in tanti, anche bravi, come Avati. Bisogna trasformarlo in metafora di qualcosa, come fece John Huston con Fuga per la vittoria. Ricorda?».
Sì, e qui dov'è la metafora?
«La gioventù. Quei quattro amici, nel frattempo cambiati, rivedono in cassetta la partita cruciale, vent'anni dopo, nella stessa villa fuori Milano, provando a restituirne il sapore, a partire dal menù: patatine, Coca Cola, polpettine. Quasi proustianamente, provavano a rinverdire il tempo perduto nell'illusione di ricreare un sentimento infiacchito dai rancori, dalle delusioni, dalle frustrazioni. Ci riusciranno».
Chi erano i quattro?
«La ricca era Nancy Brilli. Poi c'era il marito, Fabrizio Bentivoglio, nato proletario e ora bancario insoddisfatto. Gli altri due erano Massimo Ghini e Antonio Cederna: il primo uno yuppie piacione e molto romano, l'altro un insegnante intristito, finito pure in carcere all'epoca della contestazione per una Molotov mai lanciata. Recitazione minimale, un tono poco nostalgico che ancora mi piace».
Domani, dove vedrà la partita?
«A Formello, sul set di una fiction per Canale 5 che sto girando con Amanda e Stefania Sandrelli. Non ci sono santi: tutta la troupe è precettata, poi si ricomincia a lavorare».