Italia, è inutile festeggiare se la Nazione non esiste

Pensando ai tifosi del 25 aprile, del 4 novembre e del 2 giugno, meglio evitare di eleggere una data fittizia per fingere un sentimento che nessuno prova<br />

Nel grande litigatoio nazionale s’è inserita ultimamente anche la polemica per la celebrazione, il 17 marzo, dei centocinquant’anni dall’Unità. Nostalgici del regno borbonico, militanti del Carroccio, sudtirolesi prestati all’Italia sono coalizzati nel voler privare d’ogni aureola solenne la ricorrenza. Sul contrasto di base s’è poi innestato un contrasto occasionale, ma non marginale, tra chi vorrebbe che il 17 marzo la vita pubblica italiana si fermasse come atto di rispetto verso il Risorgimento, e chi invece suggerisce che la giornata sia lavorativa. Autorevoli fautori di questa seconda tesi sono sollecitati non da motivazioni storiche o politiche, ma dal buon senso.

Emma Marcegaglia, che vorrebbe un’Italia magari pensosa di antichi destini ma anche operosa, ha spiegato che sarebbe insensato, in tempi economicamente calamitosi, buttare al vento tante ore di lavoro, ossia tanta produzione di ricchezza. La querelle s’è insinuata anche nei ranghi della maggioranza: dove gli ex di An - a cominciare dal ministro della Difesa Ignazio La Russa - sono per la vacanza, e Umberto Bossi è invece per il lavoro. Mi sembra che per il momento, in attesa di valutare gli umori popolari, i berlusconiani scelgano una tattica attendista. In favore del riposo sono invece le sinistre non estremiste, d’improvviso gratificate da pulsioni patriottiche e - per il «caso Ruby» - moralistiche.

Si discute adesso d’una festa sporadica e un po’ improvvisata mentre l’Italia è tuttora in cerca d’una giornata che dia espressione ai sentimenti del Paese, alla memoria dei suoi momenti fausti e dei suoi momenti infausti, alla consapevolezza che tutti dovremmo avere d’appartenere a una stessa tradizione, a una stessa cultura, allo stesso percorso storico. Tra abolizioni e ripristini, s’è proceduto a zig zag per le feste nazionali, gli «impegnati» e i puri e duri dell’antifascismo vorrebbero che venisse privilegiato il 25 aprile, e si affannano a dargli una cornice di comizi e discorsi. Ma il Paese resta sordo: non per rimpianti della camicia nera, ma perché coglie in quelle adunate una ripetitiva recita da pseudo-vincitori.

Invece fummo vinti. Il 4 novembre, quando il bollettino firmato Diaz suggellò la vittoria dell’Italia nella Grande Guerra, è una data sacra: per convincersene basta vedere, anche nei paesi più piccoli, i monumenti ai caduti con il loro elenco impressionante, ma la sconfitta nella seconda guerra mondiale, sommandosi a un revisionismo storico che vede nella carneficina del ’15-18 la premessa alla conquista fascista del potere, ha appannato il 4 novembre.

Resta il 2 giugno, anniversario di quando fu proclamata la Repubblica. Le polemiche sulla legittimità del referendum mi pare si siano ormai spente, la monarchia finì non con il voto degli italiani, ma con la fuga dell’8 settembre. Manca tuttavia agli squilli di trombe del 2 giugno - con tanto di parata militare meritoriamente ristabilita da Ciampi - l’empito vero del calore popolare. È un rito, non un moto di passione collettiva. Altri Paesi - come la Francia con il 14 luglio - hanno la fortuna di poter fare assegnamento su una data non dico unanimemente condivisa - non la condividono di certo i vandeani - ma di forte presa sull’immaginario della gente comune.

Il centocinquantesimo dell’Unità dovrebbe essere un’occasione per sentirci davvero, come vuole l’inno, fratelli d’Italia. Ma è una data che cade, lo sappiamo, nel colmo di dispute aspre, con un meridionalismo aggressivo che riduce la nascita dello Stato italiano a un seguito di sopraffazioni, ammazzamenti, intrighi e viltà. Personalmente sono un risorgimentalista convinto. Mi dispiacerebbe tuttavia che la proclamazione del giorno di festa fosse auspicata solo perché si può andare in gita, tempo permettendo. Dopodiché ricomincerebbero le querimonie e le accuse. Penso che, tutto sommato, la Marcegaglia abbia ragione. In questa Italia senza una vera festa nazionale, evitiamo d’inventarne una fasulla, e tutto sommato poco sentita. Forse amareggio, così scrivendo, tanti italiani a cominciare dal presidente Napolitano. Ma quando si è alle prese con temi così alti nulla mette a disagio più dell’ipocrisia. Se il 17 marzo serve soltanto a bigiare, meglio rinunciarci.