In Italia l’autolesionismo è al potere

Un amico da tempo trasferito in America, e che a ogni ritorno in Italia ama scambiare con me e altri impressioni e giudizi sull’Italia, si dice, questa volta, impressionato dalle condizioni del nostro Paese, che a lui sembrano peggiorate rispetto all’ultima volta che venne da noi, appena qualche anno fa.
Il nostro amico segue le vicende italiane in famiglia e con gli amici, sui giornali, e dai Tg, che definisce spettacoli deprimenti, e a volte angosciosi. È rimasto intanto impressionato, e possiamo capire, da quei mucchi di immondizie a fuoco nelle strade di Napoli, e inorridisce all’idea, comunicata in modo asciutto dai Tg, che tanti napoletani vivano barricati in casa, ed evitino di aprire le finestre, di giorno e alla notte, per sfuggire al fumo pestilenziale che viene dalle strade, deserte come non sono mai state in quella città che egli ricorda felice, via di transito per le isole del Golfo.
Il nostro amico è rimasto impressionato, negli stessi giorni, allo spettacolo di quel treno che, diretto da Napoli a Milano, è stato bloccato per ore sotto il sole e nei 40 gradi di una stazione romana perché un certo numero di viaggiatori senza biglietto hanno occupato i binari coinvolgendo altri che, muniti come dicono le autorità di «adeguato documento di viaggio», hanno vissuto una avventura imprevista e immeritata. Il giorno dopo, un’altra notizia, che giudica addirittura come la più inquietante: in un ospedale romano gli infermieri, per una loro agitazione sindacale, hanno deciso di darsi malati, presentando certificati medici che attestano la malattia, divenuta epidemia, causando così la chiusura di alcune sale operatorie.
Tutte cose che colpiscono e scandalizzano anche noi, che però in una certa misura ci abituiamo via via a considerarle se non normali, inevitabili. Il nostro amico, però, avverte quale fenomeno nuovo l’apparizione, in una parte della società italiana, di una vena, di un raptus di autolesionismo, quello che spinge per esempio operai forestali ad appiccare il fuoco ai boschi loro affidati nella speranza di strappare qualche giornata di lavoro in più. E cita la vicenda dell’Alitalia, ove tutti, governo, sindacati, dipendenti, hanno gareggiato nel diffondere l’immagine peggiore nel mondo di una azienda che pure si proponeva sul mercato come via di salvezza.
Il Paese, notava un commentatore da noi citato una settimana fa, «ribolle di microrivolte sociali della natura più disparata». Ma non c’entra il populismo, né una generica «crisi della politica». C’è una crisi, certo, che ha però il suo centro in una incapacità di governo che nessuno nega più. E c’è una deformazione dello spirito pubblico, del concetto di legalità che ha da noi radici antiche. Un concetto che muta a seconda delle circostanze. Una, decisiva, riguarda il numero di coloro che si applicano alla violazione della legge, un’altra riguarda la esistenza di una ragione da agitare come bandiera capace di giustificare ogni atto, ogni illegalità. Vale per i viaggiatori che sprovvisti di biglietto hanno ritenuto di far valere la loro indigenza come una ragione bloccando il traffico ferroviario, vale per quegli abitanti dei comuni della Campania che in omaggio al principio del «lontano dal mio giardino» bloccano i camion dei rifiuti, occupano la strada e le linee ferroviarie per impedire l’apertura delle discariche o il trasporto delle immondizie.
Dietro questo ribellismo diffuso ci sono spesso, beninteso, buoni argomenti, lo spettacolo di una cattiva amministrazione che si muove sotto il segno dell’imprevidenza e dell’affanno è il principale. Ma, insieme, la diffusione di una illegalità praticata nell’impunità peggiora la situazione nella quale ci trasciniamo. Il guaio è che incapacità di governo e ribellismo, che induce all’amnistia per l’illegalità quando è «di massa», hanno la loro radice nella sinistra che ci governa, e alla quale compete, o competerebbe, porre rimedi.
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