«In Italia l’azienda poteva trattare soltanto con l’Iri»

Ex manager: accordi impensabili senza i politici

È impresa impossibile trovare un manager Siemens disposto a mettere la faccia e a parlare dell’affaire Italtel collegato alle tangenti tedesche. In azienda la consegna al silenzio vale per tutti, nessuno escluso. A fatica riusciamo a trovare un ex dirigente italiano, nome noto della casa di Monaco, che accetta l’invito. Ma ad una condizione: parlare sotto anonimato. «Lo faccio a nome dei colleghi che sono ancora dentro e che in queste ore sento preoccupatissimi...».
A cosa fa riferimento?
«Al sistema emerso in Germania. In Siemens Italia è opinione comune che se tangenti sono volate fra Monaco e Roma - come sospetta la magistratura e come tanti amici non mi negano a prescindere - queste siano state trattate direttamente dalla casa madre che aveva un interesse enorme ad accaparrarsi un’azienda leader nel settore delle telecomunicazioni quale era, appunto, Italtel. È certo che all’epoca della vendita, nel ’94, i contatti furono diretti con Iri, attraverso Stet che controllava il gioiello di famiglia. Quei pochi che hanno trattato Italtel sanno che, a un certo punto, i giochi vennero fermati perché la politica entrò in campo. Purtroppo chi avrebbe potuto aiutarvi, e cioè il cavalier Raffaele Durante, dirigente storico di Siemens Italia nonché uomo di fiducia dei tedeschi, è scomparso da qualche anno così com’è deceduto anche Miro Allione, noto manager Stet. Ma ci sono ben altri dirigenti, dotati all’epoca di enormi poteri, che non possono non sapere. Le carte sono lì, parlano chiaro».
Chi altro conosce i retroscena dell’operazione?
«Tutti i manager che hanno trattato con Stet, o quelli che hanno partecipato a una commissione mista italo-tedesca che lavorò in Germania proprio sulla necessità di mettere le mani, a tutti i costi, sull’azienda italiana considerata strategica per le politiche di sviluppo di Siemens in quanto centro di competenza mondiale delle Tlc. Dovevamo eliminare i fortissimi francesi di Alcatel, oltre alla concorrenza di At&t ed Ericsson, e se ci siamo riusciti è anche perché i vertici Stet, attraverso l’Iri, hanno facilitato l’operazione (un’ottima operazione per noi). Ovvio che ogni qualvolta avvenivano grandi fusioni o importanti acquisizioni, com’è stato con Italtel, la casa madre in un certo senso ci bypassava e trattava ad altissimi livelli. Quanto all’eventuale elargizione di compensi-extra in determinate operazioni, era per noi manager di Siemens Italia un segreto di Pulcinella. Per capirci: in Italia si faceva business come l’ha dimostrato Tangentopoli. E la casa madre lo sapeva bene».
Perché nessuno dei suoi ex colleghi collabora?
«Ripeto, hanno paura di quello che ancora deve uscire. Il primo che parla si tira dietro tutti gli altri. Mi dicono di avvisi di garanzia e di cinque manager licenziati recentemente in Italia, ed uno in Grecia, per altri filoni di indagine che porterebbero ad una società svizzera, la Intercom, ereditata da Italtel. C’è molta agitazione».
Abbiamo chiesto lumi all’azienda, ma non confermano e non smentiscono. Semplicemente, non parlano.
«Appunto. Ripropongono il canovaccio di sempre, come accaduto con le indagini su Enelpower o quelle più antiche sul comparto sanitario. Il silenzio non aiuta l’immagine dell’azienda».
Dove consiglia di andare a scavare?
«Io comincerei dalla Siemens Icn Spa dove nel ’99 confluirono tutti gli ex Italtel del comparto mobile. E poi passerei a Italtel Sistemi che con Tecnosistemi, per altre vie, porta dritto al crac Parmalat».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it